Categorie
Preghiera e Meditazioni

19° giorno di “digiuno”

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto. Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

Parola del Signore

È strano ascoltare, Signore, che pure tu hai evitato “luoghi” dove cercavo di catturarti e ucciderti. È strano, ma forse non troppo… Ci restituisce il volto umano di Dio, quello che non si compiace del dolore e della morte; quello che non la voleva per sé, come non la vuole per noi. Misterium iniquitatis quello della presenza del male nel mondo, mistero che era prima e pure dopo la tua venuta. Mistero tenebroso che tu hai assunto e fatto tuo. Lo hai assunto, bevuto fino all’ultima goccia sull’alto della croce, rendendocelo però con una luce nuova: quella della Pasqua. Comprendiamo allora perché, alla tua riluttanza di salire a Gerusalemme per la festa delle Capanne, è seguito l’assenzo del tuo andare coi tuoi “familiari”. Oggi siamo noi i tuoi fratelli, redenti dal tuo sangue e associati alla tua vita di Figlio di Dio. Oggi siamo noi a chiederti di salire con noi in questa “Gerusalemme” mondiale che non ha più confini o barriere perché accumunata dall’umana fragilità. Sali con noi e come nella festa delle Capanne la notte si popolava di miriadi di luci, così questa nostra notte del dolore e della prova si popoli delle luci della nostra fiducia e speranza. Entra non più nel Tempio ma nei nostri santuari attuali, nelle nostre case, nei nostri ospedali, nelle nostre chiese ora vuote…entra e chiedici se davvero ti conosciamo, se veramente crediamo che sei il Cristo, l’inviato del Padre che ha preso su di sé le nostre sofferenze perché dalle tue piaghe fossimo tutti guariti (cfr. Is 53,6). Aiutaci a chiederci se viviamo questa prova come il fuoco del crogiolo per la nostra esistenza, affinché ne esca vivificata e non umiliata (cfr. 1Pt 1,6-9). Donaci di perseverare con amore, certi che tutto si realizzerà anche per noi quando “l’ora sarà compiuta” e non solo accaduta. Tutto è provvidenza, tutto con te può diventare Grazia: aiutaci a non dubitarlo mai.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

Categorie
Preghiera e Meditazioni

18° giorno di “digiuno”

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».
Parola del Signore

Parola dura, Signore Gesù, questa di oggi… Potremmo consolarci dicendo che tanto riguardava la diatriba coi tuoi oppositori, coi farisei. Potremmo ma sarebbe sbagliato, perché tu continui a rivolgerti a noi che, in animo e non per classe di popolo, cadiamo nei medesimi errori. Quante volte, Signore, abbiamo cercato di deliziarci a “lampade” più o meno allettanti o confortanti, piuttosto che cercare la tua Luce? Quante volte abbiamo guardato le opere senza considerarne il senso, da quelle del creato a quelle dell’uomo, per comprendere la verità profonda delle cose e risalire dal testimone al Testimoniato? Quante volte siamo andati dietro al fragore di altisonanti voci, piuttosto che ascoltare la tua Parola? Quante volte abbiamo sentito ma non ascoltato, scrutato ma non compreso, compreso ma non creduto? Quante volte abbiamo ricercato la “vita” in ciò che non lo è, piuttosto che venire a te? Venire, e averne in abbondanza? Quante volte abbiamo ricercato la gloria gli uni dagli altri, nel compiacimento che è vanagloria? Lo confessiamo: questo è il nostro vero peccato. Infatti, ci siamo snaturati, svuotati di vita e di senso, cosicché “l’amore di Dio non è più in noi”! Quante volte abbiamo perso il senso del peccato, quello autentico, o lo abbiamo circoscritto alle sole azioni contro “la morale”, quasi che la fede sia puro legalismo? Perdonaci, Signore… Donaci la grazia di comprenderlo ora che tutto viene ridimensionato, sfrondato del superfluo, potato duramente con le cesoie della paura e dell’incertezza, del dolore e della morte. Ora che l’effimere luci del mondo si spengono; ora che le opere devono quanto mai essenzializzarsi; ora che dobbiamo sentire ciò che non vorremmo e vedere quanto – nel delirio d’onnipotenza – abbiamo cercato di occultare, nascondere, evadere per non pregiudicare l’idolo del compiacersi. Ora che la vita si rivela quanto mai precaria, quale erba del campo. Ora che siamo a nudo, Signore, dinanzi a te, guardando le carni vulnerabili della nostra umanità ferita. Perdonaci e non sottoporci all’impietoso giudizio, derivante della legge di Mosè, che certamente meriteremmo per le nostre azioni. Perdonaci e fatti, ancora una volta, avvocato di misericordia presso il Padre. Tu che innocente ti sei lasciato condannare da noi colpevoli, rendici l’innocenza perduta riversando in noi l’amore di Dio cui siamo ormai privi. Sarà veramente Pasqua perché – guariti o meno del questa malattia – saremo certamente “salvati” perché colmati dell’Amore. E se i nostri polmoni non saranno più in grado di respirare, lo farà l’anima con quella Vita che neppure la morte arresta.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

Categorie
Preghiera e Meditazioni

17° giorno di “digiuno” – solennità dell’Annunciazione

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
Parola del Signore

Finalmente una buona notizia, Signore, tra nove mesi sarà Natale e, certamente, questa brutta storia della pandemia ce la saremo lasciata alle spalle. Forse non avremo modo di celebrare solennemente Pasqua, ma suvvia almeno il Natale è salvo! In fondo, anche nel nostro tempo secolarizzato il Natale è rimasto una festa universalmente ricordata, persino da chi non crede in te. Ma la Pasqua, scevra dagli orpelli decorativi di lucine e fiocchi colorati, resta il cuore della nostra fede. Che ci importerebbe celebrare la tua nascita, Signore Gesù, se non ci fosse la tua morte e resurrezione a darle un significato inequivocabile? In questa luce, nell’ora più tenebrosa della nostra storia attuale, accogliamo l’annunzio dell’angelo a Maria, tua Madre… Festa mariana, certo, ma fondamentalmente “cristologica”: celebriamo il suo “Sì” che ha reso possibile il tuo entrare nel mondo con un corpo – quello che il Padre ti aveva preparato – col quale poter fare la sua volontà (cfr. Eb 10,5-7). Ma sei proprio sicuro, Signore, di volere il nostro corpo? Sei certo di volerti fare carne come noi, assieme a noi? Sei certo di voler nascere nel tempo; assumere in te tutto il creato pur con la sua condizione? Sei convinto di voler far parte di quest’umana famiglia, flagellata dalla verga del male, erosa dal peccato, votata alla morte? Verrebbe da chiedersi cosa centra tutto questo col Natale. Se rimiriamo il mistero di Bethemme con la poesia del nascere, il calore delle relazioni familiari, la magia dell’atmosfera, nel quale l’abbiamo circoscritto, relegato, certamente nulla. Tuttavia, proprio adesso più che mai, ci fai comprendere quanto sia inestimabile la tua Incarnazione. Sì, perché nascere – dono meraviglioso – è pur sempre un evento “drammatico” che ci butta nella storia, ci rende pellegrini nel tempo, ci fa sperimentare che siam fatti di Cielo pur essendo impastati di terra. Nascere ci coinvolge con relazioni che, nel bene e nel male, ci plasmano, ci trasformano, ci modellano, ci scavano col cesello, quando non ci scolpiscono a suon di martello e scalpello. Nascere è tutt’altro che “magico”; è frutto del sacrificio che altri hanno compiuto, nel rinunciare a se stessi perché vi fossimo noi. Nascere è partecipare al destino dei votati alla morte… Sembrerebbe folle desiderare tutto questo, Signore; pazzesco volerlo noi perché tu pure, Figlio eterno di Dio, l’abbia voluto per te. Tuttavia questa storia umana è segnata, umiliata dal peccato e dalla morte. Non era questo il disegno del Padre, autore e amante della vita, che tutto ha creato per l’esistenza (Sap 1,14). Tu hai voluto risollevare il creato, caduto nell’ombra di morte, e salvarlo, ridandogli la vita perduta. E come lo hai fatto? Spettatore serafico dall’alto dei Cieli? No! Hai preso un corpo simile al nostro, hai condiviso con noi l’umana natura perché ogni nascita non fosse più solo nel tempo ma per l’eternità. Hai preso un corpo e hai intrecciato relazioni nuove, non più infettate dal morbo dell’individualismo, dell’egoismo e dell’orgoglio, ma impreziosite, corroborate e trasfigurate dal balsamo dell’Amore. Hai fatto del sacrificio la strada maestra che non realizza magie ma compie miracoli! Allora grazie, Signore, per la tua Incarnazione. Ti diciamo fin d’ora “buon Natale”, nella consapevolezza del vivere che incarna ogni uomo nel proprio venerdì santo d’esistere. Guardiamo a Bethemme stando ben piantati sul Calvario, ricordando che già nel deporti nella mangiatoia, da parte di tua Madre, vi è il gesto profetico del corpo immolato sulla croce e spezzato sulle nostre mense per esser mangiato. Corpo di un morto, fonte di Vita. Ti supplichiamo, incarnati adesso in tanti nostri fratelli e sorelle appesi alla croce della loro malattia; trasforma il non senso di quest’ora di morte in preludio di resurrezione… Donaci di credere che non v’é morbo di morte che non abbia in te quest’antidoto di vita…anzi d’immortalità!

E tu, Madre di Dio e madre nostra, concedici di rispondere prontamente alla Parola di Dio, affinché possa continuare a farsi carne nella vita di ciascuno di noi.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

Categorie
Preghiera e Meditazioni

16° giorno di “digiuno”

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.
Parola del Signore

Signore, ancora oggi siamo prossimi alla grande festa di Pasqua, come quel giorno in cui salisti a Gerusalemme e ti imbattesti nel paralitico alla porta delle pecore. Anche noi siamo paralizzati dalla paura, dalla malattia, dall’incertezza, dall’inquietudine, dal dolore per la perdita di tante persone care – oltretutto senza la possibilità del minimo conforto che viene dal poterle accompagnare nell’ultimo e più importante “viaggio” -; siamo paralizzati come pecore senza pastore, allo sbando, entrando per quella “porta” che sembra votarci alla mattanza di un morbo inatteso. Accostati a noi e chiedici se vogliamo “guarire”. Che strano, Signore: perché non ti sembra evidente che lo vogliamo? È vero che vogliamo essere guariti, ma tu ci chiedi, in realtà, da dove attendiamo la salvezza, da chi la cerchiamo davvero. Infatti, pure il paralitico – alla tua domanda – non ti rispose come ci saremmo attesi: “Certo, non lo vedi? Che starei a fare qui, in prossimità del luogo dove a qualche fortunato scappa il miracolo?”. Non risponde a te, Signore, a quello che puoi fare, ma si guarda intorno; guarda cosa può capitare a coloro che hanno la possibilità di contare nell’aiuto altrui. Come a dire che mentre gli offri la medicina, lui si preoccupa di andarla a cercare in ospedale! Siamo veramente strani, Signore…Perdonaci perché troppo spesso, pur sostando alla porta della tua casa, cerchiamo di riporre altrove la nostra fiducia e speranza. Perdonaci perché talora abbiamo persino perso il senso dell’esser guariti, il valore dello star bene, dell’imparare da quanto provato sulla nostra pelle, del fare memoria… Perdonaci, Signore, e supplisci alla deficienza delle nostre risposte, all’inadeguatezza del nostro starti accanto e del non accorgerci di quanto c’offri. Non arrestare il tuo amore e delibera, con la tua grazia, che veniamo guariti. E nel farlo aiutaci a non dimenticare ciò che saremmo senza di te, senza il tuo intervento, come lo stesso paralitico dovette fare, portandosi a casa il segno sacramentale della sua guarigione: la barella. Già, quella barella che non gli occorreva più, che avrebbe potuto e, sicuramente, voluto gettare via per dimenticare quei 38 anni di calvario. Quella barella ora diventava il memoriale della salvezza ottenuta. Concedi, a noi pure, che la guarigione da quest’ora oscura diventi memoria viva dentro al memoriale della salvezza che celebriamo con la prossima tua Pasqua. Troppo spesso, infatti, le nostre stesse Eucarestie sono diventate solo memoriale della tua vita e non della nostra assieme a te, della nostra che si offre con la tua, della nostra che incarna e perpetua la tua, “completando in noi ciò che manca alla tua passione” (cfr. Col 1,24). Donaci di farne memoria e saperne dare testimonianza, come quell’uomo, pur senza saper dire il tuo nome a quanti non credono in te. E quando saremo guariti, quando tutto questo sarà compiuto (e non solo passato), concedici di farci trovare da te nuovamente nelle nostre chiese – come incontrasti il paralitico guarito nel tempio -, quali persone nuove, capaci di soffermarci sul senso di quanto vissuto nel male e nel bene ritrovato. Donaci di scoprire che se tanta sofferenza e morte può arrecare un virus tanto piccolo, da essere impercettibile ad occhio nudo, assai peggior cosa è quanto arreca il peccato totalmente invisibile agli occhi, se non per i suoi effetti sulla vita stessa. Dacci la grazia di voler guarire da ogni morbo, del corpo e dello spirito, col medesimo desiderio: sapremo tornare a camminare per strade nuove, come persone e credenti nuovi.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

Categorie
Preghiera e Meditazioni

15° giorno di “digiuno”

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù partì dalla Samarìa per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa. Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.
Parola del Signore

Lo confessiamo, Signore, senza ombra di dubbio: noi pure abbiamo bisogno di “vedere segni e prodigi per credere”. È la nostra povertà, il limite della nostra condizione umana. Non ci basta che cambi l’acqua in vino, l’ordinario in straordinario, l’abitudine in gioia, come nel primo miracolo a Cana di Galilea; abbiamo bisogno che torni una “seconda volta” a strapparci via il male, poiché ogni gioia, per quanto bella, è effimera se s’infrange contro le porte della morte. Dobbiamo continuare a vedere per credere. Perdonaci… Sappiamo che ne resti colpito e sconcertato, ma ci consola sapere che questo non arresta la tua mano nel compiere prodigi, nel fare miracoli. Come il funzionario ti imploriamo, ti supplichiamo: questa “febbre” malefica ci lasci prima che sia troppo tardi. Scendi non più da Cana verso Cafarnao, ma dai Cieli stessi e sanaci.Non lo meritiamo per la nostra fede ma lo chiediamo per la tua misericordia. Anche noi, forse, crederemo – di più o meglio, non saprei dirlo – come il funzionario del re e tutta la sua famiglia. O forse non avremo imparato nulla da tutta questa brutta storia, forse torneremo a dimenticare tutto troppo presto… Tuttavia a te, ora, chiediamo un atto di fede, una rinnovata fiducia in questa umanità immeritevole. Scendi, Signore, non tardare. E donaci di venirti a cercare per poi “tornare a casa” con passi nuovi della speranza e, constatare, che tutto è andato bene per la tua Parola che ha compiuto quanto promesso.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen