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Preghiera e Meditazioni

XXX domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Parola del Signore.

Ormai, Signore, l’anno liturgico volge verso il suo termine – anche se meglio sarebbe dire il “suo compimento” -, progredendo verso il suo culmine con la festa che ci ricorda quale sia l’obiettivo di tutto il disegno della salvezza: ricapitolare sotto la tua signoria regale tutto l’universo!
Camminiamo verso la ricapitolazione di tutto in te, Signore Gesù, perché “Dio sia tutto in tutti”.
Eppure in questo momento in cui, generalmente, la Parola ci invita a fare un “bilancio” del nostro anno liturgico – quale “anno di maturazione” nella Grazia -, come non mai, non possiamo non tener conto di quanto vissuto con la pandemia…
È stato un anno di prova, che tutt’altro si può considerare “passato”; siamo ancora nella tempesta e, con tutta probabilità, sentiamo pure la fatica del perdurare della prova. Ancora siamo a gridarti: “Maestro, non t’importa che moriamo?” (Mc 4,38), svegliati!
Si perché, questa pandemia, sta lasciando morti nella sua strada; quelli più evidenti sono quelli nelle bare – di triste memoria -, ma ve ne sono tanti di altro tipo. Morti per le difficoltà economiche; morti nella fiducia, per la paura e la diffidenza; morti nella speranza, non vedendo vie di uscita per sé e per i propri cari; morti nel cuore, sentendo il peso dell’isolamento e della solitudine affettiva; morti nello spirito, perché trascurano di nutrire l’anima e si preoccupano solo delle cose materiali…tanti morti!
Ancora una volta, però, in questo clima di totale incertezza ci raggiunge la tua Parola che pone, prepotentemente, il tema della prova.
La prova per Israele, nel suo peregrinare verso la meta della terra promessa, di restare attento al prossimo pur dovendo affrontare la precarietà del cammino dell’esodo: gli stenti, le privazioni, la fame e quant’altro. Nella privazione personale di ognuno, perseverare nell’essere attenti al forestiero, all’oppresso, all’orfano e alla vedova, al povero costretto a chiedere in prestito – quanto attuale oggi!!! – senza fare usura, a restituire senza impadronirsi di nulla. (cfr. Es 22,20-26). La prova e le fatiche della comunità di Tessalonica, capace di affrontare tutto con la grazia dello Spirito, diventando un esempio per tutta la regione dell’Acaia, della Macedonia e ben oltre. Prove affrontate con “gioia”; ma come facevano? Avendo la testimonianza dei tuoi apostoli e accogliendo quanto tu dicevi loro con la Parola. (cfr. 1Ts 1,5c-10).
La tua stessa prova, o Maestro, davanti all’ipocrisia dei farisei, ieri, che cercavano solo pretesti per toglierti di mezzo e forse la nostra, oggi, che vorremmo ci togliessi di mezzo prova stessa. Viene da chiederci, pertanto, se abbiamo vissuto questo anno dello Spirito sapendo affrontare la prova della nostra fede, “molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a nostra lode, gloria e onore nella tua manifestazione, Signore Gesù Cristo”? (cfr. 1Pt 1, 7).
Abbiamo perseverato in essa, “convertendoci dagli idoli” di questo nostro tempo per “servire a Dio e attendere la tua manifestazione”, certi che ci libererai “dall’ira a venire”? (1Ts 1,10). Ci siamo comportati in maniera degna della nostra vocazione? Quale? È disarmante come tutto ci riporti al punto di “partenza” della nostra fede: l’Amore! “Amare Dio e amare il prossimo”, questa la radice ed il senso della nostra vita; questo l’obiettivo del nostro viaggio nel tempo; questo il fine ultimo del nostro essere nel mondo; questo l’approdo eterno… Venire nel mondo per amore, diventare amore nel tempo, approdare all’Amore per l’eternità.
In fondo, Signore, non è vero che “alla sera della vita saremo esaminati solo sull’amore”? (cfr. san Giovanni della Croce). Donaci, o Maestro, di trasformare le prove del tempo in un tempo per dar prova del nostro amore.

Amen

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XXIX domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Parola del Signore.

Quanto difficile discernere, Signore, ciò che è giusto da ciò che è comodo; quanto complicato avere quella sapienza salomonica che ci permetta di asserire la verità, senza scivolare nelle insidie degli oppositori o, peggio, nel compromesso che non scomoda nessuno; quanto faticoso saper leggere la storia senza pregiudizi e senza fermarsi alle apparenze.
Anche Israele – in terra d’esilio -, senza più fiducia né speranza per l’avvenire, dovette comprendere che tu solo – “unico Dio, fuori del quale non ve n’è nessun altro” – sai trarre il bene anche dalle situazioni segnate dal male; tu solo conduci la storia anche attraverso uomini che non ti conoscono, come Ciro re di Persia, perché tu conosci tutti e tutto disponi secondo il tuo volere (Is 45,1.4-6).
Concedici allora, o Signore, l‘intelligenza del tuo Spirito perché anche in questo nostro tempo travagliato, segnato da incertezze e paura, non ci lasciamo distogliere dal saper vedere, oltre il visibile, che tu conduci la storia, pure attraverso coloro che non ti conoscono e da cui non ce lo aspetteremmo.
Tu solo sei il Signore!
Concedici questo Spirito, che solo può farci sentire, anche nell’inquieto incedere del tempo, il nostro essere figli “amati e da te scelti”. Allora sapremo perseverare – pur sballottati dai venti contrari di questo complicato periodo – nel testimoniare “l’operosità nella fede, la fatica della carità e la fermezza nella speranza” contro ogni speranza! (1 Tess 1,1-4). Allora sapremo “risplendere come astri nel mondo tenendo alta la parola di vita” (Fil 2,15-16); anzi sapremo dare al mondo la tua stessa immagine scritta nei nostri cuori, come quella di cesare era sul conio della moneta del tributo!
Infatti quel che “appartiene a Cesare” è ben riconoscibile in questo mondo, ma non altrettanto chiaramente appare ciò che “appartiene a Dio”. Perdonaci se tanto spesso abbiamo offuscato la tua immagine invece che farla splendere sui nostri volti, con la credibilità della nostra vita.
Donaci di appartenere sempre più a te, rendendo al mondo quanto è suo, senza connivenze, compromessi, o ambiguità.
Il vangelo continuerà a diffondersi “non soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione” (1 Tess 1,5).

Amen

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XXVIII domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole ai capi dei sacerdoti e ai farisei e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Parola del Signore.

Viene quasi da leccarsi le labbra, Signore, ascoltando l’annuncio profetico del “banchetto di grasse vivande e vini succulenti” che preannunciasti per bocca d’Isaia ed hai iniziato a servire con la tua cena Pasquale…
Un cibo che delizia perché nutre di quella comunione che solo l’Amore riesce a realizzare. Quella comunione che tanto cerchiamo in quanto facciamo eppur, tuttavia, rifuggiamo perseguire laddove si può veramente compiere: in te, Signore, vestendo i tuoi panni.
Sapessimo discernere l’urgente rispetto all’essenziale! Quante volte ci lasciamo affogare dalle nostre impellenze piuttosto che accogliere il tuo invito a lasciare il superfluo dei nostri affari per a venire la festa. E che festa! Quella delle nozze, paradigma di ogni comunione d’amore che si costruisce con pazienza, nella fedeltà e in un lungimirante progetto che si disvela giorno per giorno nel rinnovarsi di un “si” di donazione…
A che prezzo il Padre ha realizzato questa festa per te, Signore Gesù, i cui beneficiari siamo noi.
Stolti e tardi di cuore ad accogliere l’invito rischiamo di perdere l’opportunità di vivere in “festa”, continuando ad inseguire festini per sentirci vivi.
Non stancarti, Signore, di esortarci ad entrare, con ogni mezzo, in questa comunione vitale, lasciando l’effimero ad altri…Diverremo, a nostra volta, servi che escono dai loro steccati per cercare, ai crocicchio della storia, chi attende sfamarsi del vero nutrimento d’Amore.
Salvaci dal non indossare mai l’abito nuziale che tu ci hai donato – lasciandoti spogliare sul talamo della croce – perché in esso possiamo vivere un’esistenza conforme ai “tuoi panni”, tu che hai voluto rivestire i logori nostri per portarci al banchetto di gloria.
Tutto sarà Grazia: “la povertà quanto l’abbondanza; la sazietà tanto quanto la fame; l’abbondanza come l’indigenza”; la salute quanto la malattia, perché tutto potremo in te, Cristo Gesù, nostra forza!

Amen

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XXVII domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Parola del Signore.

Davvero, Signore, vi è una drammaticità nella storia, un susseguirsi di eventi imprevisti e inattesi che soverchiano l’ordine delle cose. Da essa spesso si genera in noi, fragili creature, un senso di angustia per il quale è difficile restare sereni…
Eppure non vi è nulla di più drammatico dell’amore non corrisposto; del vedere elusi tutti gli sforzi posti in atto per generarlo e coltivarlo nel cuore altrui, ancor più che nel nostro.
Cosa dovrebbe fare un amante, innamorato, nel vedere l’amore non amato?
Come non sentire l’afflato del tuo stesso amarci, non corrisposto, che trasuda dalle parole d’Isaia (5,1-7)?
Cosa dovevi fare che non hai fatto? Cosa dovresti fare che non fai? Cosa vorremmo facessi che sei disposto a fare?
Eppure, nonostante tutto, invece che produrre uva buona e succulenta, troppo spesso produciamo uva selvatica, acini acerbi, immangiabili e inservibili a nessuno.
Perché, Signore? Forse perché, invece che restar consapevoli di essere “affittuari” della vigna, ci sentiamo “padroni” e spadroneggiamo su quanto ci è affidato pur senza che ci appartenga: il creato, le relazioni, la vita, la fede, il regno…la Chiesa!
Tutto è per noi ma nulla è nostro. Tutto è tuo! Così, quando lo dimentichiamo, cominciamo a corromperci e inacerbire il cuore, cosicché “uccida” e umili la vita nostra e altrui.
Perdonaci, Signore, perché scordiamo di essere operai della vigna, a servizio della vita, affinché produca grappoli d’Amore.
Spadroneggiamo, umiliamo, uccidiamo; cosa vi è di più acerbo e riluttante?
Donaci di non eludere mai la nostra vocazione cosicché non capiti di venir esautorati di quanto ci affidi, vedendolo consegnato ad altri. Donaci di comprendere che pure le avversità della storia – come veder abbattute le nostre certezze, dietro cui ci siamo trincerati e nascosti – sono occasioni di grazia per una rinnovata vendemmia di “giustizia e rettitudine”.
Donaci di non angustiarci neppure dei fallimenti ma di accoglierli come opportunità per farci presenti a te e, con animo grato, rivolgerti le nostre “preghiere, suppliche e ringraziamenti” (Fil 4,6-9).
Seppur acini acerbi potremo diventare uva succulenta, imparando a ricercare “quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode”. Avremo in eredità molto più della vigna stessa, avremo conseguito il Regno.

Amen

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XXVI domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Parola del Signore.

Tra il dire e il fare, o Signore – lo afferma anche un popolare adagio -, c’è di mezzo il mare! Se poi l’agire implica il fare con fatica, il sacrificarsi, lo spendersi alacremente per compiere una volontà non nostra, questo mare sembra un’oceano innavigabile…
Respiriamo cosi tanto di questo mondo, inflazionato dalle parole, che pure noi siamo tentati di andar dietro alle parole, magari dette per farci belli, per apparire o – nella più rosea delle situazioni – per non deludere le attese altrui.
Ci mettiamo l’agevole maschera del “politicamente corretto” o del “conveniente” nel sembrare come dovremmo essere…Ma sembrare non è essere.
Come non riconoscere tutto questo nel primo figlio della parabola odierna e dover ammettere che vive in noi, in me. Quel figlio che resta incantato dalle “cose” importanti che il lavorare nella vigna del tuo regno, con amore e per amore, comporta ma che, al contempo, non vuole “faticare” per realizzare con il proprio sporcarsi le mani, dovendosi abbassare perché la “terra è bassa”. Accanto ad esso, però, convive l’altro figlio, quello “ribelle” – forse come lo sono gli adolescenti, non ancora maturi – che recalcitra perché vorrebbe fare quello che gli pare, piuttosto che ciò che è giusto. Quel figlio che talora sbaglia, cadendo nel peccato come i pubblicani e le prostitute del vangelo ma che, nonostante tutto, resta sensibile alla paternità dell’amore divino da lasciarsene illuminare proprio perché senza il filtro, la maschera del perbenismo…questo figlio che bofonchia ma poi compie la volontà del Padre.
Ecco, Signore, lo dobbiamo confessare: in noi persiste, a fasi alterne, l’uno e l’altro figlio!
Come uscire da questa dicotomia lacerante?
Per bocca dell’apostolo Paolo, oggi, Signore ci mostri la strada. Esiste anche il figlio maturo, responsabile, degno del termine “figlio” proprio perché autentico: tu, Cristo Gesù!
Tu sei il figlio obbediente che non appare, non sembra bravo, e che lo è veramente, pronto ad “abbassarsi” non solo fino a terra ma anche fin sotto terra con la morte e la morte di croce. Donaci, Signore Gesù, di imparare da te; di lasciarci trasformare dall’azione dello Spirito, affinché ci conformi a te, tanto da avere in noi gli stessi tuoi sentimenti: saremo figli coerenti e, soprattutto, autentici nell’amare!

Amen