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Preghiera e Meditazioni

XXXIV domenica del tempo ordinario – Cristo Re – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
Parola del Signore.

“Alla sera della vita, saremo esaminati sull’amore” (cfr. S. Giovanni della Croce) è stato scritto, Signore, quasi a voler riassumere efficacemente questa pagina evangelica!
Quanto avremo amato e come lo avremo fatto?
Ci chiederai alla “sera della vita”. E per non giungervi impreparati, ci inviti a chiedercelo al termina di questo anno liturgico, come al termine di ogni singolo giorno. Tuttavia come non scivolare in una tranquillizzante filantropia, da un lato, o in un riduttivo pauperismo, dall’altro, nel quale i poveri e gli ultimi sono “sfruttati” per sentirci a posto con la coscienza o peggio per “meritarci il Paradiso”?
La risposta è tutta in questa pericope del giudizio finale. Sia i giusti che gli empi non ebbero a riconoscerti nelle diverse “categorie” di ultimi che tu, Signore Gesù, enumeri oggi. Ma i primi, nonostante questo, se ne presero cura, i secondi assolutamente no. Perché? Cosa videro i giusti se non videro te, tanto da amare senza riserve gli affamati, gli assetati, gli stranieri, gli ignudi, i malati o i carcerati? Non ti riconobbero ma li amarono, amando te, senza strumentalizzare loro.
Perché?
Credo perché l’amore si trasmette per contagio e si vive per emulazione. Contagiati da chi se non tu, Signore? Emulare chi altri se non te, o Maestro?
Non sei tu, infatti, il Pastore bello che si prende cura di noi, pecore del gregge, venendoci a cercare nelle terre disperse nelle quali questo tempo dispersivo ci relega? Non sei tu il Pastore buono che ci raduna quando i tempi “nuvolosi e di caligine” – come quelli di questa storia umana – ci percuotono e ci mettono in fuga con la verga della paura e dell’incertezza? Non sei tu il Pastore premuroso che ci conduce a quei pascoli in cui trovare il cibo che nutre davvero, salvandoci dall’affanno di cercare ciò che non sazia e non appaga?
Si, Signore Gesù, sei tu che sei venuto a cercarci per riportarci a Casa, dando significato alla nostra esistenza altrimenti votata allo smarrimento; sei tu che hai fasciato le ferite inferteci dal male e curato la malattia del nostro peccato; sei tu che non hai fatto discriminazione neppure tra “la grassa e la forte” a vantaggio della debole e della smunta. (Cfr. Ez 34,11-12.15-17).
Tu hai cura di tutto, Signore amante della vita, e tutto vuoi ricondurre sotto la tua cura perché – alla fine di tutto – Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28)!
Se tu hai fatto così con noi, come potremmo noi non fare altrettanto con chi ci poni accanto? Amore con amor si paga! Questa la giustizia da compiere per esser trovati giusti… Dare da mangiare agli affamati ricordando che tu, Signore, ci hai sfamato con un cibo che nutre per la vita eterna. Dare da bene agli assetati, nella consapevolezza che tu hai abbeverato la sete dell’anima nostra, come “cerva ai corsi d’acqua” (Sam 41/42). Accogliere lo straniero, non dimenticando che siamo tutti stranieri in questo mondo e ancor più alle realtà del Cielo se tu non ci avessi reso “concittadini dei santi e familiari di Dio” (cfr. Ef 2,19).
Vestire chi è nudo, sentendo che la pelle dell’umana fragilità è stata rivestita dalla tua misericordia nel momento in cui hai voluto assumerla col farti uno di noi. Visitare gli ammalati, ricordando che tu hai curato ogni nostro tipo di infermità, nel corpo e nello spirito, col bere fino in fondo – sull’alto della croce – il calice amaro del male perché noi potessimo gustare la dolcezza della tua compassione. Andare a trovare chi è carcerato, facendo memoria che noi tutti, pure, eravamo sotto la schiavitù del peccato e della morte, prigionieri della paura e dell’angoscia, finché tu “non sei risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1Cor 15,20).
In altre parole, sentendoci salvati, diventare portatori di salvezza; amati che amano. Pur senza saperlo, avremo fatto ogni cosa a te, Cristo Gesù. E perché lo avremo fatto? Per corrispondere al tuo amore! Infatti, “gratuitamente abbiamo ricevuto” e per questo gratuitamente vogliamo dare (cfr. Mt 10,8).
E perché gli “empi” non lo avranno a fare? Perché, accecati dalla propria autosufficienza, non sono capaci di vedere il bene ricevuto, scordando di corrispondergli col dono di sé. Donaci, Signore, di far sempre memoria del tuo dono cosicché, “gratuitamente amati”, amiamo!

Amen

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XXXIII domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
Parola del Signore.

È proprio vero, Signore, che noi non dobbiamo “dormire” cone gli altri ma vivere nella vigilanza e nella sobrietà (1 Ts 5,6). È vero sempre ma ancor più, come in questo tempo di tenebra e caligine. Sarà per questo che, prorompente, arriva al cuore l’interrogativo circa il nostro vivere o meno come figli della luce che non appartengo alla notte (1 Ts 5,4-5), ma ne diradano l’oscurità.
Come non chiedercelo mentre – col volgere l’anno liturgico al suo compimento – la tua Parola ci esorta a verificare se abbiamo camminato, noi pure, verso il nostro compimento o, semplicemente, abbiamo trascorso del tempo? Abbiamo impiegato il nostro tempo progredendo verso di te, nostro “fine”, o ci siamo avvicinati inesorabilmente alla fine?
Abbiamo camminato verso il “giorno del Signore” (1 Ts 5,1), generando progressivamente la vita nuova come nelle doglie e nel travaglio del parto? Oppure ci siamo lasciati sorprendere dal torpore di una esistenza apparentemente parca di “pace e serenità”, facilmente smascherata dalla precarietà di questa pandemia odierna?
Come poter vedere oltre l’apparire e comprendere il “valore” del tempo vissuto?
Valutando i frutti!
Se abbiamo impiegato il tempo concessoci come occasione per mettere a frutto quando ci hai affidato “del creato come della grazia”.
Infatti tutto è tuo, Signore; nulla ci appartiene e, come servi fedeli e giusti, siamo chiamati ad esserne amministratori.
Anzi, ancor più che amministratori, ne siamo collaboratori responsabili, nella consapevolezza che – quanto ci affidi – è preceduto dalla tua conoscenza di noi, delle nostre capacità, delle abilità nostre, cosicché nessuno possa sentirsi né gravato né sottostimato.
Servi buoni a cui è stato dato quanto necessario a compiere la propria missione con senso compiuto.
Eppure – nonostante la tua conoscenza di noi e la grande fiducia che riponi in noi nel darci beni che son solo tuoi – un nemico si accovaccia nell’ombra: la paura!
La paura che viene dal non credere in noi stessi, benché tu ci creda.
La paura del fallimento e la frustrazione che potrebbe derivarne.
La paura che si proietta in noi per l’immagine distorta che abbiamo di te, Signore, quale “padrone” e non Padre.
La paura del giudizio che ci porta a giustificarci a-priori.
Ogni tipo di paura che c’imprigiona, infilando noi stessi – oltre che i tuoi talenti – in una “buca” come morti anzitempo!
Si, perché non impegnare i talenti per farli fruttificare, nel tempo che ci doni, equivale a non vivere affatto.
Che grande peccato è mai questo: vanificare l’inestimabile dono della vita!
Essere “inutili” a noi stessi e agli altri…
Donaci, Signore, l’audacia di quei servi che sanno rischiare “impiegando” quanto loro affidato. Donaci l’audacia e l’ardimento di chi vuole misurar se stesso e le sue capacità, cercando di arrecare gioia al Datore dei doni. Come la donna proverbiale che al marito “dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita (Pr 31,12). Siamo la tua gioia? Sentiamo la gioia di voler darti gioia?
E come mai potremmo?
Vivendo quell’amore che si fa dedizione, servizio e investimento. Poiché chi ama non ha paura alcuna. Al più il santo timore di non arrecare gioia ma dispiacere all’Amato!
Le nostre opere testimonieranno di noi fin “alle porte della città” (Pr 31,31) senza che avremmo a parlarne, splenderanno come fiaccole nelle tenebre, finché giunga il tuo “giorno” senza tramonto Signore!

Amen

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XXXII domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.  Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Parola del Signore.

Le nostre lampade si spengono, Signore; è innegabile, oggi più che mai! Perché?
Forse perché non abbiamo seguito i consigli del libro della Sapienza (6,12-16). Non abbiamo cercato la “sapienza” e ci siamo crogiolati nella sola conoscenza quando, se non peggio, nella mera efficienza derivante dalla nostra scienza o intelligenza. Non abbiamo cercato la sapienza, qual sapere delle cose che dona loro “sapore”, gusto. E non “cercandola” siamo divenuti incapaci di vederla, ciechi illusi di vedere coi nostro propri occhi privi della luce necessaria…
Non l’abbiamo “desiderata”, contentandoci delle cose esautorate del loro senso ultimo.  Non siamo “usciti” alla sua ricerca; contentandoci della nostra autosufficienza, ci siamo chiusi nelle case del nostro “io” beffardo. Troppo spesso non ci siamo “alzati” nel mattino della nostra vita ma l’abbiamo fatto negli scampoli del tempo, relegandola all’imbrunire dei giorni. Non abbiamo “riflettuto” su di essa, lasciandoci prendere dagli affanni per le cose che passano.Si spengono le nostre lampade, dunque, e avendo smarrito d’incrociare la sapienza per le strade della nostra esistenza, non sentiamo più la carezza della tua benevolenza, Signore.

Si spengono le nostre lampade, perché di tante cose ci siamo abbeverati, ubriacati, ma abbiamo perso la sete di te, Signore. (Sal 62/63)Nella nostra aridità, non ci siamo mossi “all’aurora” per gustare dell’acqua viva che tu sei.

Si spengono le nostre lampade, Signore, perché abbiamo dimenticato di attendere con fiducia la “resurrezione dei morti” che – secondo la tua Parola – ci hai promesso. (1 Tes 4,13-18). Abbiamo consentito alla morte di spegnere la gioia, dimenticando che ci radunerai insieme con te oltre di essa. Abbiamo perduto la speranza d’essere “rapiti” nei Cieli assieme a te, Signore. Ci siam piantati a terra, scordando che – pur impastati d’essa – respiriamo del tuo alito di vita; che siamo “nel mondo senza essere del mondo”. Ci siamo, nel migliore dei casi, limitati a credere in una pur semplice immortalità dell’anima – cui crede ogni religione in questo mondo – smarrendo la fede per la quale anche i nostri corpi godranno, come e con il tuo, della gloria divina.Si spengono le nostre lampade perché non ci “confortiamo” più a vicenda con questa certezza!

Si spengono le nostre lampade, Signore, per questi e molti più motivi…eppur resta anche vero che si spengono perché “sei tu a tardare” all’appuntamento fissato. E lo sa Dio quanto, in quest’ora buia della nostra storia, vorremmo non tardassi a realizzare le nostre attese di salvezza!Ma tu tardi, Maestro del nascondimento, per evocare “giochi” di amorosi sensi. Quelli nei quali, amato e Amante, si rincorrono e si occultano per evocare, provocare e verificare amore…Le lampade si spengono e, stavolta, non dipende da noi perché sei tu che tardi. Ma, in questo caso, dipende da noi l’esser imprevidenti o meno nel poterle riaccendere prontamente al primo echeggiare della tua voce che viene. Se non abbiamo provveduto a prendere l’olio dell’amore, non sapremo certo come riaccendere le lampade della speranza perché la luce della fede torni a splendere. Donaci, Signore, questa “vigilanza” che ha il gusto sapiente della lungimiranza; il sapore della provvidenza che vede e prevede perché l’amore, sebbene non pianifica, certamente sogna, investe e crea futuri possibili e auspicabili. Aiutaci a non temere i tuoi “ritardi” nel compiersi delle promesse, scoprendo che in essi stessi è il compiersi della promessa che è l’Amore!

Amen

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Commemorazione dei Fedeli defunti

“Expectantes beatam spem”!

Aspettiamo, Signore, aspettiamo… Aspettiamo che la vita sia come avremmo voluto e, nonostante tanti sforzi, ci accorgiamo spesso che poco più che nulla va secondo le nostre aspettative. E restiamo affamati di vita… Aspettiamo che si realizzino i nostri sogni, i progetti, le aspettative e, benché tante energie possiamo investire per essi, troppo spesso vediamo trascorrere il tempo senza che poco più che nulla accada. E restiamo affamati di speranza… Aspettiamo che i semi d’amore, gettati a mani più o meno piene, nel terreno dei cuori altrui, producano frutti abbondanti, eppure spesso ne abbiamo scarsi raccolti. Vorremmo essere amati e amare veramente, ma restiamo affamati d’amore… Quante attese costellano la nostra esistenza ma, troppo spesso ancor oggi, ci rendiamo conto di non “aspettare” più ciò che ineluttabilmente dà senso alla vita stessa: la morte! Opulenta civiltà del benessere, l’abbiamo occultata, nascosta sotto lo zerbino della nostra autosufficienza che ci fa presumere di bastare a noi stessi. Eppure, ora più che mai, torniamo a fare i conti con lei, sorella morte – per i santi -, compagna silenziosa del nostro cammino quotidiano. Assai più grave però, Signore Gesù, è lo smarrimento di noi che ci diciamo “credenti”. Se il mondo aspetta tante cose, lodevoli o esecrabili che siano, noi abbiamo dimenticato l’attesa delle attese; l’attesa che dona senso alla storia nostra, come dell’umanità tutta; l’attesa che si ratificherà col dischiudersi dell’uscio – che chiamiamo morte – per introdurci alla dimora eterna, dove tu sei “andato a prepararci un posto”. L’attesa non della morte ma della vita oltre di essa. L’attesa che “si compia la speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”! Quell’attesa per cui Paolo poteva dire: “per me vivere è Cristo e morire un guadagno”. Ma come poterlo dire ancora se il nostro vivere non sei più tu, Vita eterna, ma tanti surrogati di essa? Quell’attesa per la quale i santi hanno “reputato tutto come spazzatura pur di conseguire te”; quell’attesa per cui i martiri hanno versato il proprio sangue, pur di non rinunciare alla fede in te; quell’attesa per la quale i confessori della fede hanno scandagliato le profondità del mistero, ricusando il vanto della propria ragione; quell’attesa per cui le vergini han fatto del loro grembo una culla in cui generare l’umanità nuova, invece che procreare figli alla terra…quell’attesa silenziosa ed eloquente di tanti fratelli e sorelle – non annoverati alla gloria degli altari – che hanno vissuto, in vita e in morte, il loro fiducioso abbandono a te! Perdonaci perché troppo spesso abbiamo dimenticato di essere “nel mondo senza essere del mondo”; perché viviamo come coloro “che non hanno speranza”, questa speranza eterna e non transitoria: il tuo venirci a prendere per portarci a Casa! Non aspettiamo perché non at-tendiamo te, o Signore; non camminiamo protesi a te, tendendo a te in ogni cosa che siamo prima ancora che in quelle che facciamo… Se tanta forza profetica mise Giobbe nelle sue parole – molto prima della tua resurrezione -, cosa non dovremmo poter dire noi? “Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Anzi, noi possiamo dire che pure con questo “nostro corpo” vedremo il tuo volto, quando si compirà “la beata speranza e tu verrai nella gloria”. Donaci di radicarci sempre più in questa fede, o Signore, perché, sostenuti dalla speranza, possiamo vivere di quell’amore che fa palpitare il cuore nell’attesa dell’Amato che viene pur nel mezzo della “notte”! Dacci la nostalgia innamorata di te, Gesù, perché tu sei Paradiso.

Amen

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Solennità di Tutti i Santi

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Parola del Signore.

Quante volte, Signore, il cielo che ci sovrasta sembra così plumbeo che la storia, personale o universale che sia, ci appare fosca e imperscrutabile tanto da rendere incerto il nostro camminare nel tempo? Quanto la coltre della paura e dell’imprevedibilità degli eventi, ci trasformano da pellegrini in vagabondi che hanno smarrito la meta e dimenticato la rotta per conseguirla? Troppo spesso, come in questo tempo, accade pure a noi…
Eppure la festa odierna ci dice che non è così! Non c’è nulla, neppure la morte, che possa inchiodarci a terra e non farci agognare il Cielo. Si, Signore Gesù, perché tu lo hai aperto, squarciando ogni tenebra col tuo lasciarti squarciare il cuore sulla croce. Il Cielo è aperto e noi, che siamo “passati attraverso la grande tribolazione” della tua passione, possiamo contemplarlo pur gravati dalle nostre tante tribolazioni. Donaci occhi che sanno vederlo oltre il visibile della sfiducia e dello scoraggiamento che possono attanagliare coloro che vivono senza speranza. Tanto spesso gli eventi ci fanno sentire divisi, frammentati, separati da tutto e tutti perché lacerati dentro noi stessi per l’angoscia della propria sorte. Allora ognuno agisce secondo l’alienante moto “del salvi chi può”. Eppure questa festa ci ricorda che siamo parte di un popolo, di “una moltitudine immensa” che non si salva da se stessa; che siamo un popolo di salvati perché segnati dal tuo “sigillo” d’Amore. Donaci mani tese – pure in questa epoca di “distanziamento” forzato -, nella certezza che la comunione è l’unica forza contro la divisione che il male opera. (Cfr. Apoc. 8,2-4.9-14).
Tanto spesso, lo vediamo bene, cerchiamo voci confortanti, messaggi rassicuranti, volti rincuoranti, e, nella smania di cercare quello più appagante, finiamo per seguire sondaggisti e opinionisti. Eppure la festa odierna ci ricorda che noi siamo quelli che – pur fra mille esperti, acclarati dai più o presunti tali – fanno parte della “generazione che cerca il tuo volto, Signore” (cfr. Sal 23). Coloro che non si lasciano abbagliare da effimeri riflessi di transitorie dimore, ma cercano la Luce vera della tua casa; coloro che bramano salire “sul tuo luogo santo”. Donaci senno e saggezza per discerne chi offre una guarigione transitoria, da tu che offri la salvezza eterna! Quante volte ci siamo battuti per emanciparci e siamo finiti per voler uccidere anche te – o quanto meno far come se non ci fossi – pur di essere liberi; dimenticandoci che la libertà ci viene dall’esser “figli”, siam finiti per divenire schiavi, delle cose, del mondo, dei nostri appetiti o desideri. Eppure la festa odierna ci ricorda che la nostra bellezza sta proprio nella libertà di poterci dire ed esser figli. Quella libertà che hanno percorso i santi legandosi sempre più a te, all’amor tuo. Con essa, hanno camminato nella speranza, purificandosi da tutto ciò che poteva diventare zavorra inutile nel raggiungere l’essere “simili a te” (cfr. 1Gv 3,1-3). Donaci, Signore, questa intraprendenza che ci fa crescere nell’amore, passando dall’esser figli, per grazia, al diventarlo collaborando sempre più con essa! Quante volte vorremmo poter guardare la vita dalla nostra prospettiva limitata e limitante. Eppure per vedere oltre l’orizzonte bisogna imparare a salire, con fatica e abnegazione, laddove tutto appare più ampio, senza barriere: sulla “vetta” della storia, come delle difficoltà ch’essa comporta. Salire e salire ancora, pur quando tutto vorrebbe farci scende in un deprimente gorgo di frustrazione. Ecco perché tu, Signore, ci inviti a salire con te “sul monte” per poter vedere oltre il visibile e comprendere la beatitudine che il mondo, a valle, non sa comprendere. Aiutaci a salire e ossigenare l’anima con la salubre aria dello Spirito. E se, in questo tempo di pandemia, abbiamo spesso sentito parlare di “fame d’aria” – cui incorrono i contagiati dal virus -, donaci di testimoniare la nostra fame d’aria divina di contagiati dall’Amore! Quante volte ci sembra che vivere la sobrietà dalle cose, sia miseria piuttosto che restare in quella “povertà di spirito” per la quale possiamo possedere tutto come non lo possedessimo invece di crederci ricchi col lasciarci possedere dalle cose stesse. Quante volte vorremmo la spensieratezza, piuttosto che fare delle lacrime la rugiada che feconda il campo della consolazione. Quante volte invidiamo i potenti, se non anche i prepotenti, perché non hanno nulla da aspettarsi o da temere dagli altri. Quante volte ci piacerebbe essere sazi di giustizia, illudendo noi stessi di non cercare la mera vendetta o la bieca rivalsa. Quante volte pensiamo che l’esser misericordiosi sia una debolezza che concede agli altri l’opportunità di approfittarsi ancor più dei deboli ed indifesi. Quante volte conviviamo con quel torbido che si chiama “compromesso”, piuttosto che avere un cuore puro perché indiviso. Quante volte riteniamo la pace una deterrenza del più forte sul debole, piuttosto che un ponte gettato e una mano tesa per elevare il fragile. Quante volte preferiamo il quieto vivere, piuttosto che testimoniare eroicamente l’appartenere al Cielo pur essendo impastati di terra. Quante volte ci occultiamo al mondo pur di non esser considerati degli illusi perché “tuoi”, Signore. Ma oggi no, o Maestro! Oggi – guardando tutti coloro che, su di te, hanno giocato la loro vita – vogliamo rinnovare la nostra fede e credere che sono beati i poveri in spirito, gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati, i tuoi discepoli credibili, e non solo perché loro vedranno il Cielo aperto o erediteranno il Regno, ma soprattutto perché, fin da ora, sono realmente figli di Dio! Con questa certezza sapremo contemplare, pur nella drammaticità dell’ora presente, la bellezza del Paradiso che ci attende e che, oggi, ci motiva nell’ascesa!

Amen