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Preghiera e Meditazioni

XVIII domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Parola del Signore.

Quante volte anche noi, Signore, come Elia “fuggiamo” per le nostre paure…dalle responsabilità, dagli altri, da noi stessi e persino dalla vita.Fuggiamo e ci rinchiudiamo per molto meno che Elia – profeta della fedeltà alla Parola – in anfratti o grotte che sembrano nasconderci agli altri ma, in realtà, occultano noi a noi stessi. Ci nascondiamo e perdiamo la nostra identità che brilla unicamente alla luce del sole, alla luce della tua presenza. Per questo la tua voce ci raggiunge ancora, oggi come allora: “Che fai qui?”Elia si nascose affermando che era per lo zelo del tuo nome, ma noi quale scusa o alibi potremmo evocare? Nessuna; solo per mera e oscura paura! Allora noi pure, come lui, vorremmo trovare sicurezza nella tua presenza inequivocabile, palese come fuoco divorante, vento prepotente o terremoto eloquente. Invece occorre la fiducia nel saperti presenza discreta e silenziosa, come mormorio di vento leggero. Mistero di una presenza, la tua, che lascia liberi di scorgerla in un’apparente assenza.Realtà dell’Amore che arde, ma non consuma; si abbatte imprevisto e improvviso, ma non schianta; scuote ma non rade al suolo; bensì tutto inebria come il vento leggero che carezza le vele per viaggi inimmaginabili, dispiega le ali per voli pindarici, alimenta i polmoni di quell’ossigeno soprannaturale senza il quale non sarebbe Vita la vita. Amore che genera quella fede che sa scorgere e leggere i segni piuttosto che esigere i segni per aver la fede!Elia maturò questa fede e, uscendo dal suo nascondiglio, non volle neppure vedere per avere certezza che tu ci fossi, ma si coprì il volto certo che tu, Signore, c’eri…Questa stessa fede dovette maturare Simone il pescatore, imparando a confidare nella tua presenza, Signore Gesù, pur in mezzo all’imperversare della tempesta.Voleva avere il segno che fossi veramente tu, camminando sul mare; finí col credere in te soprattutto mentre affondava nel mare, scevro dal segno e in preda al terrore. Il “dubbio” resta pure per noi il banco di prova della fede. Come superarlo? Non certo guardando a noi stessi, alle nostre capacità esigue quanto le punte degli alluci che troppo spesso rimiriamo a capo chino per le spalle incurvate dalla storia. Invece lo possiamo solo guardando a te, cercando il tuo sguardo, perdendoci nel tuo volto.Si, Signore, perché solo in un volto possiamo sperimentare la realtà dell’Amore e senza l’amore non esiste fiducia né verso il Cielo né verso la terra.Quante volte vorremmo un quieto mare per le nostre navigazioni a vele spiegate, mentre solo nelle tempestose burrascose della vita possiamo fare esperienza di un mano amica – la tua, Signore, come quella fraterna di qualcuno – capace di strapparci alla nostra poca fede nell’Amore, che solca ogni mare con qualsiasi “tempo”.E se affondiamo, tendici una mano, Signore, e attiraci a te. Se sei tu a stare sempre innanzi a noi – venendoci incontro nel bel mezzo della nostra notte – anche quella di un amico sarà la tua carne, nella sua, a trarci in salvo. Affondare con te è meglio d’ogni approssimativo galleggiare in noi stessi. Donaci di vivere di questa certezza!

Amen

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Orari fino al 31 Agosto

Orario Messe

Feriale 19,00

Festivo 10,30 – 19,00

Orario Confessioni

(in cappellina feriale, mantenendo la distanza di sicurezza)
durante i giorni feriali dalle 18,30 alle 19,00
Sabato pomeriggio dalle 18,30 alle 19,00

Orario Segreteria Parrocchiale

dal lunedì al venerdì dalle 17 – 19

Per urgenze suonare ai sacerdoti o telefonare al 06.86802247

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Preghiera e Meditazioni

XVIII domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, avendo udito della morte di Giovanni Battista, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Parola del Signore.

Strano incipit del vangelo odierno, Signore. Saputo della “morte del Battista”, prendi la barca e ti ritiri… Cosa vuoi dirci se non che pure tu – provando il dolore per il distacco da una persona cara – hai sentito il bisogno di “ritirarti” in solitudine? Hai voluto, o sarebbe meglio dire “avresti voluto”, per come finisce la pericope, porre una distanza tra te e gli altri; avere un tempo nel quale curarti le ferite dell’anima per quella morte, tanto dolorosa quanto drammatica. Capita anche a noi, graffiati se non trafitti dal male della storia, di volerci “ritirare” in disparte per “leccarci le ferite”, di non volerne sapere degli altri… Quanta umanità in questo tuo prendere la barca e partire, tu, Figlio di Dio, che sei venuto per approdare fin dentro il nostro dolore e la nostra stessa morte. Eppure dentro questo essere “nella nostra stessa barca”, si nasconde anche l’offerta della “cura” per le nostre sofferenze. Infatti se partisti per “ritirarti” dalla folla, toccando terra ti gettasti nuovamente nella folla accorsa da ogni dove coi suoi mali, dolori, necessità ed aneliti. Ecco la cura: possiamo guarire dai nostri dolori solo curando quelli altrui! Possiamo sanare le nostre ferite, solo occupandoci delle altrui. E quale il farmaco miracoloso che tutti – uomini o Dio – possiamo avere in comune? La compassione! Immaginiamo la tua traversata silenziosa, con l’animo gravato, che immediatamente si trasforma col popolarsi del vociare della gente, appena toccasti terra, e subito lo spirito tornò ad esser grato per il potersi donare loro nonostante il dolore tuo, o meglio proprio in virtù del tuo dolore che ti fa compagno di viaggio nostro. La compassione ti ha fatto essere dimentico di te e proteso verso di noi. La compassione che insegni a noi, anzi esigi da noi. La compassione vera non quel finto pietismo che sembra farci preoccupare per gli altri ma, in realtà, se ne vuol liberare quanto prima. Quella falsa pietà che pure i discepoli mostrarono quel giorno sulla riva, facendo finta di preoccuparsi per quella gente che bisognava mandare a casa a rifocillarsi. Erano preoccupati per la gente o non piuttosto per se stessi, per la loro fame, per il loro bisogno di requie, per il loro tempo ormai troppo divorato dagli altri? E tu, Signore Gesù, sei pronto a smascherare questo pietismo dei tuoi discepoli d’ogni tempo: “date loro voi stessi da mangiare”! Unico modo per curare le proprie ferite è prendersi cura; unica strada per nutrirsi è nutrire; unica possibilità per non esser divorati, è lasciarsi mangiare. Ma che fatica, o Maestro. Abbiamo poche risorse e, spesso, non sono neppure le nostre, ma solo quelle prestateci da chissà quale “ragazzo” (come aggiunge Giovanni al racconto di Matteo). Non lo sai bene anche tu, che hai provato il nostro medesimo senso di povertà? Noi, però, abbiamo te. In quel tuo invito: “portatemeli qua”, riferito ai cinque pani e due pesci, è nascosta il segreto perché il nostro poco divenga molto nelle tue mani. Donaci, Signore Gesù, di non chiuderci mai agli altri perché in essi è il segreto per ritrovare e realizzare noi stessi. E quando ci sembrerà di aver “perso” tutto per loro, ricordaci che abbiamo “trovato” tutto nel tuo amore da cui nulla potrà mai separarci.

Amen

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XVII domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Parola del Signore.

Ci sono cose, Signore, che accadono e non lo avresti mai immaginato; altre che capitano pur senza che te le sia cercate…a volte brutte e a volte belle. Quelle brutte ti svuotano e ti impediscono di guardare, con lungimiranza, lontano sentendo che la vita – anche nel disagio – è grazia. Quelle belle ti riempiono di gioia e dischiudono percorsi, fanno immaginare strade possibili, muovono i passi della vita quasi fosse una danza!Ma come non essere in balia del destino crudele o fausto? Come essere protagonisti e non meri spettatori che subiscono il fato?Oggi ci riveli che una “cosa” capace di darci gioia esiste; essa ci è capitata, in parte, ma, al contempo, va pure cercata. È il tesoro inatteso e trovato fortuitamente nel campo; è la perla a lungo, faticosamente, cercata. Dono e responsabilità, questo è la fede. Essa è il tesoro, è la perla. La fede non come ideologia, concetti, dogmi, ma come “incontro” con una persona capace di darti quella gioia per la quale tutto il resto risulta trascurabile e facilmente rinunciabile.Tu sei il tesoro che – accidentalmente per noi ma non per te – ci sei capitato “tra i piedi” mentre con fatica lavoravamo la terra del campo. Un campo che spesso ci vede più mezzadri che padroni ma che dobbiamo decidere di far nostro “in toto” pur di possederti. Quante volte vorremmo prendere il tesoro senza acquistare il campo, godere della gioia senza la fatica del rinunciare a tutto il resto per averla. Immagino quel contadino che per un attimo, con circospezione, si sarà guardato intorno con la tentazione di impossessarsi del tesoro senza dover comprare il campo. Invece torna a seppellirlo e acquista la terra che sa lo contiene.Insegnaci, Signore Gesù, a prendere tutto il campo della vita, che ti contiene, e non solo quel che ci piace. Insegnaci anche a vedere che l’intero campo è pure la Chiesa stessa…Tu, Signore Gesù, sei la perla preziosa a lungo cercata, anche quando non ne siamo consapevoli perché “ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (sant’Agostino). Quella perla per cui dar via tutto il resto e farlo, pieni di gioia, perché tu sei la Gioia irrinunciabile e intramontabile. Eppure, come mai non godiamo di questa gioia – inattesa o cercata che sia – e ci sentiamo più gravati che grati?La risposta parrebbe nella terza parabola odierna che associ al tesoro e alla perla: la rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesce, buono e cattivo. Spesso non sappiamo gioire per le nostre impazienze; per il nostro volere solo il buono della vita, senza dover portare il peso anche del cattivo che può contaminarla; per il non lasciare a te, ed al tempo opportuno, l’epurazione di quel che non vorremmo, limitandoci adesso ad abbracciare tutto come una rete che tutto raccoglie e nulla disperde…Gioia dello scoprirti, gioia del trovarti, gioia dell’unire tutto per te: donaci questo,Signore Gesù!Saremo noi pure un tesoro e una perla preziosa per quanti incontreremo, tanto più se – nella rete del regno – ci toccherà stare al fianco di pesci cattivi pur avendo cercato di vivere da buoni pesci con l’esser stati resi “conformi alla tua immagine” (Rm 8,30).Donaci la sapienza per saperlo chiedere, la volontà per impegnarci a realizzarlo, la grazia dello Spirito per esserlo, consapevoli che “che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rom 8,28). Che tu, Signore, ci ami e ci abbia scelto è inequivocabile…ma noi, ti amiamo?

Amen

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XVI domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Parola del Signore.

È innegabile, Signore: il male c’é…è evidente!
Lo vediamo, lo tocchiamo, ne siamo “infestati” – come dalla zizzania nel campo – e spesso, purtroppo, contagiati. Ci circonda, il male, ci assedia, s’insinua fin nelle trame più recondite della storia quanto del cuore umano…tanto che non possiamo non esserne disorientati. Da dove viene questo male? Non avevi fatto tutto con bontà e sapienza? Non era “cosa molto buona” la tua creazione?
Come i servitori della parabola, guardandoci intorno così come dentro, restiamo interdetti, perplessi e non possiamo far altro che chiedertene ragione!
“Un nemico ha fatto questo” ci riveli.
Scopriamo così che la tua opera – la creazione e l’uomo che ne è il suo vertice – non è libera dal conflitto. Anzi il conflitto tra bene e male rivela la libertà della creazione e della creatura, perché senza libertà non c’è l’amore. Per sua natura la possibilità d’amare esige la libertà di rinnegarlo anche, di ricusarlo e persino rinnegarlo.
Quante volte, noi pure – sebbene impastati d’amore, a tua immagine -, ci ritroviamo a vedere il bene che vogliamo e compiere il male che non vorremmo.
Che fare allora?
Siamo tentati di estirpare tutto ciò che di buono non c’è. Non solo nella creazione ma pure dal nostro cuore di creature. Tentativo maldestro e incauto di risolvere grossolanamente tutto e subito piuttosto che portare, anzi sopportare, il peso della nostra contraddizione.
Occorre “pazienza”, ci insegni!
Saper “avere giudizio” nel discernere, custodire, preservare e coltivare il bene senza “giudicare” anzitempo il male.
Il giudizio spetta solo a te ed al tempo opportuno.
Sembra paradossale ma dobbiamo imparare a portare sulle nostre spalle il fardello di questo conflitto, tra bene e male, piuttosto che scagliarlo sugli altri con la nostra impazienza.
Insegnaci, Signore, a concentrarci sul bene, senza negare la presenza del male ma sopportandola con la benevolenza di chi, come te, pazienta guardando al frutto futuro.
Salvaci dalla tentazione di una perfezione dal gusto dell’intransigenza rigorista.
E se tutto questo ci apparisse troppo grande da esser praticato, Signore, ricordaci che il tuo regno – dentro noi quanto attorno a noi – comincia sempre con semi piccoli quanto un granello di senapa.
Il tuo agire, come dovrebbe essere il nostro, prevede sempre la rilevanza immane dei piccoli semi, apparentemente trascurabili.
Cominciare da quanto, oggi, è piccolo come un granello di senape con la fiducia che domani sarà un albero tanto grande da accogliere tutti!
La pazienza, del nostro saper esser benevolenti, produrrà quindi quell’accoglienza che farà sentire ciascuno a casa, come gli uccelli tra i rami dell’albero in cui porre il proprio nido…
Solo così, Signore, vedremo crescere il mondo, la storia e persino il nostro cuore, altrimenti immobili e inerti come la farina nel sacco. Pazienza e accoglienza diverranno fermento di crescita per l’umanità, sebbene con la logica del nascondimento del lievito nella massa.
Donaci, pertanto, Signore Gesù di essere con te, per te ed in te, frutto copioso di un bene paziente, una pazienza accogliente e una accoglienza levitante la storia!

Amen