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Preghiera e Meditazioni

43° giorno di “digiuno” – Lunedì II settimana di Pasqua

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

Parola del Signore

Ancora una volta, Signore, la notte diventa lo scenario nel quale fare grandi incontri e scoperte imprescindibili per la vita. Nicodemo, forse, venne da te di notte solo per celare la simpatia nei tuoi confronti, in un ambiente ostile…o forse perché anche lui, nonostante fosse un “capo” del popolo aveva bisogno di essere guidato dentro i suoi dubbi, le sue perplessità, la sua paura andando incontro all’appuntamento ineluttabile per ogni uomo: la morte. Dalla sua domanda, infatti, ci sembra essere già avanti con gli anni, altrimenti non avrebbe parlato di “nascere quando si è ormai vecchi”. La vecchiaia, la fragilità, la vulnerabilità, la morte non sono temi che riguardano i giovani che, sovente, si sentono “padroni del mondo” nell’esplosione della loro vitalità, del futuro che sentono appartenergli. Certo situazioni di malattia e morte, come questa che stiamo vivendo adesso, non possono non interpellare pure loro…ma è altrettanto vero che lo fanno in modo diverso da chi guarda la vita con la consapevolezza che la maggior parte del tempo è alle spalle e davanti s’appresta l’eternità. La notte interpella tutti! Di notte abbiamo bisogno di luce per orientarci, per capire come e dove andare. E tu proponi questa luce: la fede. Con essa è possibile vedere il Regno di Dio; grazie ad essa possiamo nascere dall’alto, dallo Spirito; per essa si può vivere della libertà dei figli di Dio. Nella fede anche la carne viene trasformata in virtù di quanto viene dallo Spirito. Donaci, Signore, di trasformare le nostre notti in occasioni per venirti a cercare, per incontrarti e trovare quella fede che ci permette di essere persone “spirituali”; non in quanto “disincarnate” ma che fanno della carne il santuario, il tempio, dello Spirito. Avremo pure noi la delicatezza dello Spirito che non s’impone mai – non sapendo di dove venga e dove vada – ma tutto inebria d’amore.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

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42° giorno di “digiuno” – Domenica Ottava di Pasqua

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Parola del Signore

Ecco “La sera di quello stesso giorno…” Perché proprio la “sera”, Signore? Perché hai atteso tanto per palesarti, vivo, agli Undici e non ti sei manifestato loro subito, come con le donne di ritorno dal sepolcro? Perché aspetti a farlo con noi, proprio quando l’imbrunire rende tutto più difficile da vedere e credere? Quando le ombre della sera danno forma ai fantasmi del passato e le paure per il futuro rendono arduo sperare che vi sia ancora un presente possibile da realizzare? Eppure, in quella zona franca tra luce e tenebra, ami manifestarti come il Risorto…Non in pieno giorno, perché la luce del quotidiano possa distrarci col confidare in noi stessi e nelle nostre sicurezze; non in piena notte, perché non crediamo che si tratti d’illusione o sogno ancestrale. Tu ci attendi all’imbrunire, luogo d’incontro fra il divino e l’umano, tra forza e debolezza, certezza e speranza! Nell’ora incerta, quando tutto vorrebbe farci chiudere in noi stessi per paura – tanto da non credere neppure alla testimonianza di coloro che ci mostrano i segni della tua viva presenza -, tu arrivi a porte chiuse…e arrivi “in mezzo”. Non alla periferia del nostro essere, del nostro agire, del nostro credere o disperarci, ma in mezzo alla nostra storia fatta di uomini, di relazioni, di volti accomunati dall’esser stati scelti da te più che dall’essersi trovati apparentati da una medesima sorte. Tu vieni in mezzo e, in siffatto modo, ci ricordi che non possiamo più prescindere da nessun fratello o sorella se vogliamo vederti vivo oggi e non come amabile ricordo di ieri. Vieni in mezzo e mostri le ferite dell’amare perché l’Amore si lascia ferire e non ferisce mai, pur di rimanere fedele a se stesso. Mostri che non v’é altro modo per espugnare l’altrui cuore se non lasciarsi aprire, vulnerabili, il proprio. Non vi é altra possibilità per riconciliare se non si è riconciliati in se stessi, pacificati che pacificano. Quanto spesso ci arrabbiamo con le miserie altrui che tanto ci fanno soffrire, ferendoci, piuttosto che com-miserarle, compassionevoli come tu sei con noi. Soffiamo su carboni ardenti di livore, attizzandoli, piuttosto che alitarvi sopra la brezza dello Spirito, farmaco che lenisce quanto ci “brucia dentro” e sana ciò che sanguina. Vieni “in mezzo” ed alita il tuo Spirito, Signore Gesù, sulle nostre ferite perché, guariti dalle tue piaghe, possiamo guarire ogni piaga di quanti ci stanno accanto e che, magari, son occasione di divisione tra noi. Col tuo Spirito, le ferite saranno rimarginate e diverranno memoriale dell’aver amato sempre e comunque, nell’ora del pieno giorno come in quella della notte più oscura. E quando gli “assenti” – novelli san Tommaso della nostra era – verranno a casa, sapranno riconoscerti vivo in mezzo a noi e crederanno pur senza aver visto te, perché t’avranno visto e toccato in noi… Ricreati da te sapremo ricreare nuove opportunità, nuovi orizzonti, nuove vie per annunciarti risorto, “nostro Signore e nostro Dio”, partendo dalla nostra Gerusalemme fino ai confini del mondo….e i colori dell’imbrunire saranno forieri di nuove albe nelle quali correre verso l’irrompere della Vita oltre ogni morte!

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!

Amen

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41° giorno di “digiuno” – Sabato nell’Ottava di Pasqua

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».

Parola del Signore

Un’intera settimana, Signore, vissuta alla luce della tua resurrezione, come fosse un solo giorno, ed il vangelo di oggi ci consegna quasi un riassunto “sintetico” dei fatti. Eppure, su tutto, emerge con prepotenza il dato dell’incredulità! “Stolti e tardi di cuore” questi tuoi discepoli, ora come allora… Non basta sentir dire, non è sufficiente conoscere per credere, occorre fare esperienza di te vivente. Anche nel raccontare altrui è necessario incontrarti come reale. La testimonianza dovrebbe far apparire, oltre il testimone, il Testimoniato! Ma pure in questo è necessario che, chi ascolta la testimonianza, sia disposto ad accoglierla, togliendo le barriere della paura e dell’incertezza – proprio come noi adesso -. Rimproveraci pure, Signore risorto, per le nostre incredulità ma non cessare di palesarti anche in esse. Palesati mentre siamo a “tavola” anche noi, o meglio fa che le nostre celebrazioni eucaristiche siano veramente il “luogo” in cui ti manifesti, in cui possiamo riconoscerti nella parola e nel pane spezzato. A tavola cadano le nostre paure, le nostre incertezze, e diventiamo, a nostra volta, testimoni di te. Testimoni che annunciano la vita che sconfigge la morte “ad ogni creatura”. Quanto importante è comprenderlo, non trascurando che questo vangelo, questa buona notizia, non è solo per tutti gli uomini ma per tutto il creato. La tua resurrezione è un annunzio per ogni creatura, non solo per il genere umano! Perdonaci se troppo spesso lo abbiamo trascurato, continuando a violentare e crocefiggere l’opera della creazione che tu sei venuto a redimere tutta…non solo la nostra parte. Donaci la grazia di risollevare, assieme a te, il creato. Lo vediamo bene in questo tempo nel quale la natura ci fa scoprire, con forza travolgente, che siamo “parte di un tutto” chiamato all’armonia. Per troppo tempo, il delirio d’onnipotenza umano ci ha fatto comportare da padroni sul mondo piuttosto che esercitare la “signoria”, su di esso, a tua immagine: come servizio. Ci siamo serviti del creato fino a sfruttarlo, umiliarlo, mortificarlo. Ora, Signore risorto, dacci la grazia di vivificarlo con te, per te ed in te! Saremo veramente annunciatori di questa buona novella ad “ogni creatura”; lo saremo più che con le parole, non da tutti intellegibili, con l’operato delle nostre azioni.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

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40° giorno di “digiuno” – Venerdì nell’Ottava di Pasqua

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Parola del Signore

Ci risiamo, Signore, l’errore di sempre per l’uomo è “dimenticare”, non imparare da tutto quanto si è vissuto. Pure Simon Pietro, nonostante tutto quello che aveva sperimentato, compreso, provato, creduto, sperato e amato, assieme a te e di te, alla fine cosa fa? Torna a pescare? Sarà mai possibile? Tornare alla vita di prima come nulla fosse? Mettere tutto tra parentesi come se nulla fosse stato? È lo sbaglio costante nella storia umana, voltare semplicemente pagina… Lo era per i discepoli allora; lo può essere per noi discepoli di oggi, pure in questa situazione attuale. Aspettare di tornare alla vita di prima; prima del bene e del male, del bisogno di senso e della riscoperta della necessità della tua presenza; del crederci padroni del mondo e scoprirci parte di un tutto; prima della scoperta che il nostro era un delirio d’onnipotenza, smarcherato dal trovarci fragili e vulnerabili; prima di ritoccare con mano la “morte”, troppo spesso occultata o relegata in invasive notizie di cronaca o surreali videogiochi per ragazzi. Tornare a prima in cui ci credevamo signori del tempo piuttosto che vivere il tempo da signori, come ora ci è toccato fare. Prima del sentire che nessuno può salvarsi da solo… E il risultato quale sarebbe? Nuovamente aver pescato invano; aver vissuto tutto invano! La notte comincia gia a diradarsi, seppure nell’incertezza del domani, e guardiamo le nostre reti vuote, i problemi di sempre ancor più gravati dalla fatica e dal dubbio. Eppure, sul far del mattino, continui a darci appuntamento, venendoci incontro inatteso. E, conoscendo bene il nostro stato, ci provochi: “cosa avete da mangiare”…da offrire? Niente!
Questo il rischio quando si vuol far finta di niente, non facendo fruttificare quanto accaduto. Allora ci richiami al valore imprescindibile della memoria. Nuova pesca miracolosa, come all’inizio della storia di quegli uomini assieme a te. Non solo ricordare ma fare memoria, lasciando che l’esperienza sia illuminata. Donaci la grazie di saper fare memoria di tutto quanto stiamo vivendo perché la vita abbia non solo a riprendere ma a migliorare. Scopriremo che le nostre reti si riempiono ed il “pescato” è solo partecipazione minima a quanto già tu prepari per noi in modo sovrabbondante. Aiutaci a tornare presto alle nostre celebrazioni eucaristiche non più da spettatori o, ancor peggio, “fruitori” sacramentali. Fa che sia una piena partecipazione dove il cibo da te preparato e quello da noi procurato – con la forza della tua presenza e della nostra fede – s’incontrano nell’unica “mensa Christi”. Per troppo tempo l’abbiamo vissuta solo come quello che tu hai fatto e fai per noi, defilandoci dalla responsabilità di fare la nostra parte con te. Trovare il cibo e portare un cibo; trovare la tua vita spezzata ed essere cibo spezzato con te… Donaci di tuffarci, come Simon Pietro, tra i flutti del mare, cingendoci della veste battesimale, unica vera grazia per coprire le nostre nudità. Nudità non più mascherate ma trasfigurate e redente. Non avremo più bisogno di chiederti “chi sei” e “dove sei” nella nostra vita, perché sapremo riconoscerti pur nelle avversità più fosche della storia.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

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39 giorno di “digiuno” – Giovedì nell’Ottava di Pasqua

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Parola del Signore

Se condividere il dolore è consolatorio, poter parteciparsi la gioia è “esaltante”, Signore… Certamente lo hanno sperimentato i due di Emmaus tornati a Gerusalemme, vincendo ogni paura e reticenza rispetto alla “notte” ormai calata. Se il cuore arde, la sia luce permette di districarsi in ogni tenebra. Tuttavia, Signore Gesù, è difficile talora perseverare nel darsi forza e coraggio, perché la gioia si mescola con la paura quando l’incertezza perdura attorno a noi. Come in questo momento, nonostante la consapevolezza rasserenante della tua vittoria sul male e sulla morte, abbiamo bisogno che palesi la tua presenza che dona “pace”. Sappiamo bene che la pace, per noi, non è assenza di turbamenti, ferite, dolori ma pa tua presenza che ci rende sopportabile tutto questo. Anzi, più che sopportabile, “comprensibile”, non all’intelligibilità della ragione ma alla luce delle Scritture. Bisogna che le cose si “compiano” e non solo che accadano. Ora tanto ci sta accadendo, ma cosa è veramente compiuto? Ora ciò che è accaduto sembra esautorarci della speranza e della fiducia in quanto accadrà domani. Abbiamo fantasmi che si materializzano nel cuore di ognuno di noi. E invece necessitiamo di realtà tangibili e lo sai anche tu, altrimenti non ti saresti lasciato “toccare” dai discepoli nel cenacolo. Toccare fino al punto da chiedere da mangiare – sebbene il tuo corpo glorioso non ne avesse bisogno – pur di rassicurare che credere nella vita più forte della morte non è velleitario, o ingenuo, sperare non è da sprovveduti, gioire pur nel dubbio non è da folli insensati. Palesati in mezzo a noi perché abbiamo bisogno della pace che solo la tua presenza dona; necessitiamo che tu ci apra la mente e soprattutto il cuore. Facci comprendere di cosa ancora ci sia “bisogno” adesso, come per te allora. Donaci la forza per annunziare, a partire dalla “Gerusalemme” che sono le nostre case, la speranza, la gioia, la pace che tu doni e che noi possiamo condividerci col “perdonarci” reciprocamente. Infatti, se tanta paura ci trasmette la malattia presente e l’incertezza futura, ricordaci che ben peggiore è il contagio del peccato e del male che rende angusta persino la vita in salute.
Ricordaci che siamo testimoni “di questo” più che d’ogni altro, con la credibilità della nostra stessa vita. E se, nel perdurare della prova, ci sentiamo “venir meno” non venga meno la fedeltà della tua grazia che ci invita a non temere.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen