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Preghiera e Meditazioni

XXXIV domenica del tempo ordinario – Cristo Re – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
Parola del Signore.

“Alla sera della vita, saremo esaminati sull’amore” (cfr. S. Giovanni della Croce) è stato scritto, Signore, quasi a voler riassumere efficacemente questa pagina evangelica!
Quanto avremo amato e come lo avremo fatto?
Ci chiederai alla “sera della vita”. E per non giungervi impreparati, ci inviti a chiedercelo al termina di questo anno liturgico, come al termine di ogni singolo giorno. Tuttavia come non scivolare in una tranquillizzante filantropia, da un lato, o in un riduttivo pauperismo, dall’altro, nel quale i poveri e gli ultimi sono “sfruttati” per sentirci a posto con la coscienza o peggio per “meritarci il Paradiso”?
La risposta è tutta in questa pericope del giudizio finale. Sia i giusti che gli empi non ebbero a riconoscerti nelle diverse “categorie” di ultimi che tu, Signore Gesù, enumeri oggi. Ma i primi, nonostante questo, se ne presero cura, i secondi assolutamente no. Perché? Cosa videro i giusti se non videro te, tanto da amare senza riserve gli affamati, gli assetati, gli stranieri, gli ignudi, i malati o i carcerati? Non ti riconobbero ma li amarono, amando te, senza strumentalizzare loro.
Perché?
Credo perché l’amore si trasmette per contagio e si vive per emulazione. Contagiati da chi se non tu, Signore? Emulare chi altri se non te, o Maestro?
Non sei tu, infatti, il Pastore bello che si prende cura di noi, pecore del gregge, venendoci a cercare nelle terre disperse nelle quali questo tempo dispersivo ci relega? Non sei tu il Pastore buono che ci raduna quando i tempi “nuvolosi e di caligine” – come quelli di questa storia umana – ci percuotono e ci mettono in fuga con la verga della paura e dell’incertezza? Non sei tu il Pastore premuroso che ci conduce a quei pascoli in cui trovare il cibo che nutre davvero, salvandoci dall’affanno di cercare ciò che non sazia e non appaga?
Si, Signore Gesù, sei tu che sei venuto a cercarci per riportarci a Casa, dando significato alla nostra esistenza altrimenti votata allo smarrimento; sei tu che hai fasciato le ferite inferteci dal male e curato la malattia del nostro peccato; sei tu che non hai fatto discriminazione neppure tra “la grassa e la forte” a vantaggio della debole e della smunta. (Cfr. Ez 34,11-12.15-17).
Tu hai cura di tutto, Signore amante della vita, e tutto vuoi ricondurre sotto la tua cura perché – alla fine di tutto – Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28)!
Se tu hai fatto così con noi, come potremmo noi non fare altrettanto con chi ci poni accanto? Amore con amor si paga! Questa la giustizia da compiere per esser trovati giusti… Dare da mangiare agli affamati ricordando che tu, Signore, ci hai sfamato con un cibo che nutre per la vita eterna. Dare da bene agli assetati, nella consapevolezza che tu hai abbeverato la sete dell’anima nostra, come “cerva ai corsi d’acqua” (Sam 41/42). Accogliere lo straniero, non dimenticando che siamo tutti stranieri in questo mondo e ancor più alle realtà del Cielo se tu non ci avessi reso “concittadini dei santi e familiari di Dio” (cfr. Ef 2,19).
Vestire chi è nudo, sentendo che la pelle dell’umana fragilità è stata rivestita dalla tua misericordia nel momento in cui hai voluto assumerla col farti uno di noi. Visitare gli ammalati, ricordando che tu hai curato ogni nostro tipo di infermità, nel corpo e nello spirito, col bere fino in fondo – sull’alto della croce – il calice amaro del male perché noi potessimo gustare la dolcezza della tua compassione. Andare a trovare chi è carcerato, facendo memoria che noi tutti, pure, eravamo sotto la schiavitù del peccato e della morte, prigionieri della paura e dell’angoscia, finché tu “non sei risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1Cor 15,20).
In altre parole, sentendoci salvati, diventare portatori di salvezza; amati che amano. Pur senza saperlo, avremo fatto ogni cosa a te, Cristo Gesù. E perché lo avremo fatto? Per corrispondere al tuo amore! Infatti, “gratuitamente abbiamo ricevuto” e per questo gratuitamente vogliamo dare (cfr. Mt 10,8).
E perché gli “empi” non lo avranno a fare? Perché, accecati dalla propria autosufficienza, non sono capaci di vedere il bene ricevuto, scordando di corrispondergli col dono di sé. Donaci, Signore, di far sempre memoria del tuo dono cosicché, “gratuitamente amati”, amiamo!

Amen