XXIII domenica del tempo ordinario – anno A

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Parola del Signore

Quante volte, Signore, ci poniamo la “caina” domanda – che magari abbiamo il pudore di non porre a te – se siamo forse i custodi dei nostri fratelli (cfr. Gen 4,9). E quanto più ce la facciamo se abbiamo subito un torto, piuttosto che averlo arrecato come il fratricida delle origini…
Eppure tu, ancora una volta, ci ricordi che siamo più che custodi dell’altro; siamo sentinelle responsabili della vita dell’altro (cfr. Ez 33,1); sentinelle chiamate a vigilare con la carità di chi sa di dover avere l’unico debito dell’amore vicendevole (cfr. Rom 13,8).
Quell’amore fraterno che non porta a puntare il dito, giudicante, verso l’altro ma a tendere la mano per aiutarlo, per trarlo a noi, ad ogni costo, magari col soccorso di altri. Infatti, quanto maggiore può essere la distanza che s’è creata nelle nostre relazioni, tanto maggiore è la forza necessaria per tornare a “legare” quanto un torto può aver scalfitto se non infranto. Chiamare in causa uno, due, tre persone, finanche l’intera comunità, non è per sottoporre l’altro ad un maggiore e pressante giudizio, ma per avere ben più mani, della nostra sola, tese verso di lui.
Siamo responsabili della vita degli altri, sempre e comunque, anche quando a subire il peso dei loro errori siamo proprio noi. E, Signore Gesù, ci ricordi quest’oggi che non solo non dobbiamo giudicare ma anche non ignorare, facendo finta di nulla, magari per il “quieto vivere” con cui ammantiamo le nostre giornate. Restare indifferenti, voltando altrove lo sguardo, è grave tanto quanto chiudere l’animo nel risentimento giudicante.
Concedici allora, o Signore, un cuore responsabile della vita dei fratelli e sorelle, attento alle loro sorti quanto più ci rendiamo conto che il male che generano all’intorno non è altro frutto che di quello che soffrono dentro.
Concedici l’umiltà di saper fare il primo passo per andare verso il fratello, come quella di saperci far aiutare nel volerlo riconquistare all’amore. E se la “distanza”, creatasi tra noi, è tanto grande quanto quella che soggiace tra un tuo discepolo e un “pagano o un pubblicano”, ricordaci che soprattutto allora è necessario “escogitare” strade nuove per tornare a creare legami.
Donaci, pertanto, l’invettiva dello Spirito per creare quei legami che uniscono, sciogliendo i nodi che le incomprensioni possono generare tra noi; avremo realizzato quell’amore vicendevole che unisce, liberando pure dai torti subiti.
Donaci questo Amore che mette sulla stessa lunghezza del Cielo cosicché le nostre voci possano essere ascoltare, le nostre domande comprese, le preghiere esaudite, parlando il medesimo linguaggio di Dio: la carità!
La carità che genera comunione, tanto quanto ne è frutto. Quella comunione che è garanzia della tua presenza tra noi, poiché “dov’è carità e amore, lì c’è Dio”!

Amen