XXIII domenica del tempo ordinario – anno B

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». 
Parola del Signore.

Che il vangelo sia controcorrente rispetto alle logiche del mondo, Signore, è un fatto incontrovertibile. Ma ci sono episodi, gesti e parole che lo rendono ancora più evidente, come nel brano odierno.

Vi è un contesto, dei personaggi e una “parola d’ordine” che, pur pronunciata con la leggerezza di un soffio, un sospiro, è un imperativo categorico: “Effatà”, “Apriti”.

Il contesto. Territorio della Decapoli, zona di confine, di intreccio fra popolazioni con influssi culturali diversi. Una diversità che, come spesso accade, può diventare differenza o, peggio, diffidenza; quella che porta a guardare l’altro con sospetto, con paura e, per questo, a “chiudersi”.

I protagonisti. Da un lato, è vero, c’é il sordomuto; l’isolato in se stesso ma pure dagli altri. L’incapace di comunicare con gli ordinari e comuni mezzi di tutti. Dall’altro tu, Signore Gesù, il comunicatore per eccellenza, la parola fattasi tangibile. Tu che sei aperto all’incontro con ciascuno, specie se chiuso nelle sue paure, nei suoi dolori, nelle proprie angustie. E perché sei aperto? Perché non hai paura di comprometterti con le vicende dell’altro; non hai paura di toccare, sebbene non ti fosse necessario, per guarire, proprio ad indicare pure a noi che senza coinvolgimento col fratello non si può guarire o confortare nessuna infermità.

Una parola. Apriti!

Quanto prorompente questo verbo in un tempo come il nostro gravato dal termine opposto: “chiusure”! Certo, la pandemia ci ha imposto un isolamento necessario per ragioni sanitarie. Ma viene da chiedersi, in fondo, se oltre alle ragionevoli ragioni non vi sia anche l’avallo ad uno stile di vita che precede ben prima la pandemia: essere chiusi nella e per la paura!

Allora ci si chiude per evitare il contagio; poi ci si chiude per non accogliere lo straniero, l’emigrato – non importa se fugga dalle bombe o da una vita talmente umiliante da essere esplosiva tanto quanto quelle -; poi ci si chiude a chi non la pensa come noi, al diverso, e via via sempre più il cerchio si restringe fino a ritrovarsi isolati, incapaci di ascoltare e di parlare.

Ed ecco il miracolo! Tu apri e comandi di aprirci se vogliamo cambiare, noi stessi prima del mondo. Apri; prima di tutto toccando gli orecchi, forse per insegnarci – in un tempo dove tutti si ergono a maestri, tutti sono laureati in “tuttologia” spesso grazie alla novella scrittura dei social – che non si può parlare sapientemente se prima non si è imparato ad ascoltare. E poi apri sciogliendo il “nodo” dalla lingua. Quanti nodi ci legano, Signore, non solo la lingua ma pure la gola e il cuore!?

Tu apri, toccando, copromettendoti. Segno tangibile della tua e nostra responsabilità umana.

Tu apri, ma non prima di aver guardato in alto, verso il Cielo! Segno incontrovertibile che il tuo e nostro operare è partecipazione all’agire divino.

Perdonaci per tutte le volte che ci turiamo gli orecchi per non sentire – parlando o sparlando poi a vanvera, – e pian piano pure gli occhi per non vedere…

Donaci, o Maestro, di saperci anzitutto lasciar “aprire” da te cosicché possiamo essere artefici di “apertura” in un mondo chiuso, perché ancora vittima della paura.

Donaci di saper guardare in alto, incontrando gli altri; ovvero di comprometterci con essi sapendo guardarli nel tuo orizzonte e non meramente nel nostro. Solo così potremo non “sbuffare” nell’incrociare le miserie o pene altrui, magari perché già gravati dalle nostre, ma “soffiare” quella brezza che fa miracoli: il tuo Spirito!

Allora anche della Chiesa, tuo mistico corpo, si potrà dire: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». Saremo ben più che un “ospedale da campo”; diverremo terra di consolazione, madre consolatrice.

Amen