XVI domenica del Tempo Ordinario – anno C

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Parola del Signore.

Quante volte, Signore, come Abramo proviamo la stanchezza e la spossatezza nell’attendere che le tue promesse si compiano…
Sediamo sull’uscio della nostra “tenda” ormai divenutaci persino inospitale a noi stessi; ci sentiamo stranieri, oltre che pellegrini, in questo mondo. Non ce la facciamo più a star “dritti” sotto il peso degli eventi, assai più che per la calura dei giorni. Sediamo e vorremmo persino esser stesi, perché il dubbio e l’incertezza del domani sono molto più forti di qualunque promessa di bene futuro.
In quell’ora, nel bel mezzo dell’inatteso, tu decidi di farti “presente”, ossia dono!
Tu vieni a visitarci, come facesti con lui, e non solo nella singolarità di un incontro ma nella pluralità delle relazioni, Uno e Trino Signore qual sei.
Tu sei il dono inatteso, la visita che riempie di vita le tende del nostro vissuto.
Tu vieni ma per poterti vedere occorre “alzare lo sguardo”, come fece Abramo, piuttosto che continuare a piangerci addosso.
Tu vieni ma per poterti accogliere bisogna avere l’ardore di “correrti incontro” e l’umiltà di sapersi “prostrare”. Si, quel coraggio che osa volersi avvicinare a te pur riconoscendo, umilmente, tutta l’alterità di ciò che tu sei rispetto a noi. Dinamica della fede, questa, che riconosce il tuo dono – nel venirci a visitare – e lo assume con l’entusiasmo del venirti incontro, pur confessando l’essere indegni di tale e tanto mistero.
Una fede che parte dalla contemplazione e sfocia nel servizio, come per Abramo che – accolto il dono della tua visita – si vuol fare dono a sua volta preparando un pasto degno di te…
Un dono, ricevuto e scambiato nella reciprocità d’una relazione, che diventa fecondo a sua volta per lo sbocciare della vita, come quella di un figlio promesso.
E se questo è stato tanto vero per Abramo negli albori della rivelazione, quanto maggiore non fu nella pienezza dei tempi con te, Cristo Gesù, accolto nella casa di Marta?
Quella casa di Betania è divenuta, così, figura e paradigma di vera e libera amicizia. Mentre eri in cammino verso Gerusalemme – abitando la nostra umanità, come tenda posta fra noi (Gv 1,14) – ma ancor più per attraversare la tenda “non costruita da mani d’uomo” (Eb 9,11) e giungere al santuario dei Cielo, portandovi tutti noi, hai fatto di quella casa il modello del nostro relazionarci con te.
Marta e Maria, due facce della medesima realtà che noi, troppo spesso, abbiamo contrapposto piuttosto che coniugato. Vita contemplativa e vita attiva non sono semplicemente due vocazioni da distinguere per “chiamati” a speciali consacrazioni, ma sono due modalità per tutti di vivere nella relazione con Dio.
Ascolto e servizio, preghiera e azione, sono entrambe dimensioni della vita interiore, del rapportarci a te, Signore. E, al contempo, non possono che diventare parametri del relazionarci con gli altri.
Se l’amore non apre all’accoglienza e all’impegno per l’altro, che amore sarebbe?
Certo, come Marta, occorre imparare a non vivere affannosamente quanto facciamo, perdendo di vista il “perché” lo stiamo facendo…ma sicuramente – la tua esortazione, a lei come a noi – non è un invito ad abbandonare quanto necessario compiere perché l’accoglienza divenga dono offerto e ricevuto, come a Mamre.
Donaci perciò, Signore Gesù, questa apertura del cuore, prima ancora che della “casa”.
Donaci di perseverare nell’attesa come Abramo, anche quando tutto sembra inutile o vano; donaci la forza per alzare lo sguardo, il coraggio per tornare a correrti incontro e l’umiltà nel riconoscere la gratuità del tuo dono.
Donaci il discernimento di Maria nel saper ascoltare e scegliere la parte migliore; ma donaci pure la disponibilità accogliente di Marta nel darsi da fare, senza lesinare energie. Aiutaci a servire senza pretendere che gli altri ci diano, o meno, una mano a farlo, consapevoli e responsabili del nostro e non dell’altrui agire.
E, infine, donaci la totalità del dono di noi come hai fatto tu, o Maestro. Infatti, se Abramo offrì dell’acqua ai pellegrini di Mamre – riconoscendo in essi la visita di Dio – perché potessero lavarsi i piedi prima di mangiare, tu non hai disdegnato di lavare i nostri piedi mentre ti facevi nutrimento per noi. Meraviglia sorprendente e sconcertante di Dio che non si lascia lavare i piedi dall’uomo ma lava i piedi dell’uomo!
Quanto ci hai amati e ci ami, Signore… Concedici di sentirlo sempre, di saperlo ascoltare, di volerlo donare, non omettendo l’unica cosa necessaria per questo: l’accoglierlo. Si, perché l’Amore va accolto perché possa essere dato.
Donaci di aprirti il cuore perché accogliendoti possiamo, in verità, essere accolti nel tuo stesso cuore, che si è lasciato aprire per noi. Solo così avremo, noi pure, la forza per lasciarci aprire il cuore all’amore per gli altri, “completando nella nostra carne ciò che manca ai tuoi patimenti a favore del tuo corpo che è la Chiesa” (cfr. Col 1,24).

Amen