XIV domenica del tempo ordinario – anno B

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
Parola del Signore.

Si soffre, Signore, è innegabile. In questo meraviglioso e avvincente dipanarsi del tempo che è la vita, le tante gioie sembrano costellare il buio delle sofferenze come le stelle nella volta del cielo notturno. A volte si soffre per la paura di quello che accade all’intorno e ci coinvolge, come la tempesta imperversa sulla barca in mare aperto; e tu ci proponi la fede, la fiducia in te, per attraversare la burrasca!
Si soffre per la malattia, del corpo o dell’anima, che rende esangue la vita. E tu, vuoi stabilire un rapporto perché la guarigione divenga salvezza!
Si soffre per il dolore della morte – più di chi amiamo che nostra, sovente – e che accende il lamento della disperazione o depone nel sonno dell’ineluttabile che dobbiamo accettare. E tu, ci ridesti perché non si può vivere una vita senza poterci “alzare” persino dalla polvere di morte!
Eppure queste sofferenze le conosciamo, ci sono familiari, ci abitano come ogni uomo che attraversa la storia di questo mondo…
E poi vi è una sofferenza più profonda, quella degli “uomini retti” della rettitudine che è vivere rispondendo alla propria vocazione. È la sofferenza del profeta, mandato ad annunziarti ad una genia di ribelli, stolti e duri di cuore (cfr. Ez 2,2-5). È la sofferenza che tu stesso, Signore Gesù, hai provato tra la tua gente, fra quelli di casa tua; la sofferenza di non poter compiere i prodigi che annunciavano il Regno per la loro durezza di cuore. La sofferenza di voler e poter dare, ma di non trovare cuori pronti ad accogliere e ricevere il dono di grazia. La sofferenza del discepolo stesso che si vede non compreso per la fedeltà al Maestro, in mezzo ad un mondo indifferente e stolto. La sofferenza persino per le spine nella carne che tormentano, dal di dentro, il nostro esser per te, fuori. La sofferenza di chi vede “l’Amore non amato”, come frate Francesco.
Ecco, lo confessiamo, questa forma “alta” di soffrire che ci rende umili perché non montiamo in superbia per la grandezza del tuo dono (cfr. 2Cor 12,7-10), non ci è tanto familiare. Soffriamo per noi, non per te, per il Regno, per l’annuncio del vangelo…
Perdonaci, Signore!
Eppure è proprio in questa “sofferenza” che risiede persino la strada per sostenerla o vincerla, perché in essa – sperimentando la debolezza della nostra condizione umana, come della nostra inadeguatezza – risiede la stessa nostra forza: la tua grazia!
Lo Spirito santo ci doni, allora, l’amore per l’Amato: unica ragione che motiva la passione per l’annuncio, la testimonianza per il Regno, la sofferenza che diviene offerta e rende l’umiliazione trionfo, come la tua stessa croce. L’unica forza che, nella nostra debolezza, ci può rendere perseveranti nel dono di noi, anche davanti alle durezze di cuore che ci faranno sperimentare il rifiuto o il diniego nell’agir con te e per te.
Donaci questo salutare tormento d’amore, per non arrestare mai il nostro andare laddove ci vorrai mandare ed essere come vorrai che siamo.
Forse il mondo non ci accoglierà, forse i nostri non ci capiranno, ma noi potremo ben vantarci delle nostre “debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Te, sapendo che quando siamo deboli, è allora che siamo forti” (cfr. 2Cor 12,10).

Amen