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Preghiera e Meditazioni

V domenica del tempo ordinario – anno B

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Parola del Signore.

Come sono le nostre giornate, Signore? È inevitabile chiederselo oggi, ascoltando dall’evangelista Marco, come erano le tue. Quale perimetro alla tua libertà e quale il confine delle nostre? Quale spazio percorrere, noi sempre affannati a caccia di “altrove” che alienano più che realizzare?
Cosa ne facciamo della nostra “salute”, spesso rivendicata come un diritto assoluto e non come partecipazione ad una salvezza – come l’etimologia del termine dovrebbe ricordarci – per essere noi stessi dono, un servizio d’amore, per gli altri?
Tu, Signore, esci dalla sinagoga di Cafarnao – “villaggio della consolazione” – per ricordarci che, se troviamo consolazione nei nostri luoghi di preghiera, non possiamo che uscirne per consolare a nostra volta quanti troviamo sul nostro cammino, proprio a partire dalle nostre stesse case. I nostri luoghi di culto non possono diventare rifugi cui isolarci dal mondo, pensando meramente a noi stessi. Tu “esci”, Signore, e noi dovremmo imparare ad uscirne con te. Perdonaci allora se, troppo spesso, ne facciamo trincee cui richiuderci per cercare “salvezza”. Con te, la salvezza, si trova solo in un vita persa per gli altri, donata!
Tu esci per entrare in “casa”; una casa non tua ma di cui, però, ti senti immediatamente partecipe. Infatti non aspetti un istante a curare la padrona di casa. Appena ti parlano di lei, tu la prendi per mano, la sollevi e la fai “uscire” dalla sua condizione ammalata, la porti fuori se stessa, e subito ella si mette a servire, curandosi della vita degli altri. Quante volte invece, o Signore, ci chiudiamo in noi stessi lamentandoci, proprio come Giobbe (7,1-4.6-7), delle nostre fatiche, delle notti d’affanno, dei giorni di scarsa speranza, incapaci di cogliere il bene che ci è offerto persino coricati in mezzo ai tormenti del male? Ci piangiamo così tanto addosso da non vedere la tua mano tesa per uscirne, magari anche solo col saperci fare deboli coi deboli per guadagnare i deboli, sapendoci fare tutto a tutti per “salvare” ad ogni costo qualcuno (cfr. 1Cor 9,22) con la nostra testimonianza conforme al vangelo. Se vivessimo questa salutare libertà, probabilmente, vedremmo anche noi “tutta la città riunita davanti la nostra porta”, piuttosto che doverci affannare per rincorrere qualcuno con chissà quale piano o stratagemma pastorale alla moda.
Una chiesa “in uscita” che diventa “casa” per ciascun disperato assetato di vita.
Ma neppure questo ti basta, o Maestro, come non dovrebbe bastare neppure a noi…
Anche dalla casa, tu “esci” di buon mattino. Per dove? Un luogo deserto. A che fare? Per ritirarti a pregare. Mistero del ritmo stesso della vita, come quello del cuore: per poter diffondere ogni goccia di sangue fin nell’estrema periferia del corpo, deve contrarsi. Così anche tu, per donare alle folle l’amore del Padre, dovevi tuffarti nell’intimità del tuo rapporto con Lui. Così noi pure abbiamo bisogno di colmarci del tuo Spirito, per poterLo poi dare a quanti vorranno abbeverarsene attraverso di noi. Insegnaci, perciò, ad uscire dalla fretta del contingente e dell’urgente per colmarci dell’essenziale necessario.
Donaci di “metterci sulle tue tracce” non per volerti costringere nei nostri confini, nei nostri progetti, nei nostri desideri o aspirazioni, per quanto pur di bene possano essere, ma per lasciarci portare da te, per “uscire” con te verso quell’ “altrove” che sono i progetti del Padre, sospinti dalla brezza dello Spirito. Sarà veramente una vita da figli; sarà tempo compiuto, non solo trascorso; sarà libertà conseguita, non tanto pretesa; sarà salute ben spesa, perché sarà salvezza raggiunta!

Amen