IV Domenica del tempo Ordinario – anno C 2022

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Parola del Signore.

Perché mai è così difficile essere profeti nella propria “patria”, Signore?
Forse perché esistono due forze contrarie che si oppongono e producono immobilità. La prima derivante dai propri concittadini e familiari che presumono di conoscere il profeta stesso, da un lato, e, dall’altro, per le aspettative che possono nutrire verso di lui.
La seconda che può sorgere in animo al profeta stesso, rispetto al poter e dover parlare, esortare, agire rispetto a quelli della propria “casa” nei confronti dei quali può esser difficile sentirsi autenticamente liberi. Quanti i timori di essere incompresi, rifiutati, emarginati, allontanati da coloro che si vorrebbero sentire vicini, possono nascere nel cuore del profeta – nonostante possa essere consapevole dell’essere stato scelto fin dal seno materno, come lo stesso Geremia (cfr. Ger 1,4-5.17-19) – tanto da generare una paura “bloccante”.
Sentimenti contrastanti, Signore, che devono essere serpeggiati pure nella sinagoga di Nazareth, quel giorno, nell’ascoltarti. Ammirazione da un lato, sconcerto dall’altro; meraviglia e apertura d’animo contro scetticismo e rifiuto supponente; luci ed ombre, com’è la stessa trama delle nostre relazioni umane, Signore. Come non sentirne il peso o, peggio, il fardello?
Colpisce la tua risoluzione, la tua determinazione che non s’è fatta arrestare dal mancato consenso umano, anzi, l’ha trasformato col decretare un nuovo cambio di marcia: cacciato fuori per essere non solo allontanato dalla città ma addirittura “fatto fuori” dalla vita, col volerti buttar giù dal monte, tu hai intrapreso il “cammino” (cfr. Lc4,29-30). Sì, da quel ciglio del monte su cui gli uomini volevano “farti fuori”, o Maestro, hai iniziato il cammino che ti avrebbe condotto in cima al monte sul quale, donando la tua vita – non perché ti venisse tolta -, avresti compiuto la tua missione di riportarci tutti “dentro” la comunione del Cielo.
Mistero di quell’amore più grande di tutte le cose, persino della fede e della speranza stesse (cfr. 1Cor 12,32-13,13).
Quell’amore che muove i passi pur quando tutto vorrebbe frenare o far franare ogni cosa. Amore che mette in cammino perché è libertà; libertà autentica perché radicata nella verità. Quella verità che può essere detta senza paura, perché non cerca il plauso o il consenso degli altri ma unicamente il loro sommo bene.
Tu, Signore, amore incarnato, hai proclamato questa verità con libertà.
Per questo non poterono fermarti i tuoi concittadini di allora, come non possono farlo gli uomini di oggi quando tentano di “buttarti fuori” dalla storia del mondo.
Donaci, Signore, di saperti imitare senza paura di niente, non cercando il consenso di nessuno; i nostri passi procederanno spediti nel cammino dell’amore, col dono di noi.
Pur quando vorranno buttarci fuori dalla scena del mondo, potremo offrirci per esser dentro la vita di ognuno con la carità che è magnanima, benevola, non invidiosa, non vanagloriosa, non orgogliosa, che non manca di rispetto, che non cerca il proprio interesse, che non s’ adira, che non tiene conto del male ricevuto, che non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Quella carità che tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr. 1Cor 13,4-7).
E com’essa non avrà mai fine, neppure noi con essa!

Amen