III domenica di Avvento – anno C

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
Parola del Signore.

Che mistero la nostra vita, Signore!
Vorremmo la gioia e inseguiamo l’allegria; desideriamo la felicità e ci contentiamo di piccole soddisfazioni…
In fondo vogliamo “tutto” e dimentichiamo che si può conseguirlo solo dando tanto.
Ecco, allora, che si fa strada nel cuore quella domanda che, solo se entriamo nel silenzio del deserto, possiamo udire: “Che cosa dobbiamo fare?”
Non per avere qualcosa, non per risolvere un problema, non per affrontare una situazione, non per capire nemmeno, ma per essere gioiosamente realizzati, felici di esserci.
Che cosa dobbiamo fare per “non lasciarci cadere le braccia”? (Cfr. Sof 3,14-17). Per rallegrarci anche in mezzo alla fatica, alle angustie, alle circostanze presenti spesso avverse? (Cfr. Fil 4,4-7).
Riconoscendo di non essere soli nel cammino; riscoprendo che tu sei in mezzo a noi; che tu, Signore, sei vicino anche quando noi non siamo vicino a te; che tu custodisci i nostri cuori e le nostre menti, pur quando noi siamo così sprovveduti da non custodirci affatto. Confessando che le nostre cisterne screpolate – che sono i nostri piccoli o grandi espedienti per soddisfarci – non contengo acqua, ma è necessario tornare alla sorgente per attingerne (cfr. Is 12,2-6). Ammettendo che siamo povere creature e non il Creatore; che abbiamo bisogno di essere salvati e non possiamo salvare nessuno se non restando ancorati a te, nostro Salvatore.
Lasciando che a guidarci sia la fiducia – quella genera coraggio e forza – e non la diffidenza, il sospetto o la paura.
Ma come potremo fare tutto questo, Signore? Come vedere quello che dobbiamo fare?
Togliendo quanto ci rende ciechi e sordi: la brama del possesso; l’esigere sempre di più di quanto abbiamo; l’arroganza che fa sopraffare gli altri.
Percorrendo, in altre parole, la logica del dono piuttosto che quella dell’acquisizione, dall’amore invece che dell’egoismo. Infatti tu, o Maestro, ci hai insegnato che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).
Donaci, Signore, di comprendere che la strada che conduce alla gioia vera, alla felicità che non tramonta, non può che essere quella dell’amore, del donarsi.
Donaci di riconoscere questa verità, di fidarci della sua realtà, di fare quanto dobbiamo fare per vederla fruttificare nella nostra e altrui vita.
Donaci il tuo Spirito perché accenda in noi questo amore e, brezza leggera, porti via ogni scoria d’avidità come pula che il vento disperde.
Sarà gioia piena, felicità duratura!

Amen