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Preghiera e Meditazioni

3a domenica nuovamente a “mensa” – SS. Trinità

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Parola del Signore

Solennità della SS.ma Trinità; festa non solo del cuore della nostra fede, o Signore, ma soprattutto del mistero nel quale esistiamo! Perciò, più che meditare sulla vita di Dio in sé, questa domenica ci invita a tuffarci in te, Uno e Trino Signore; a cogliere il significato profondo per la nostra vita, del credere in un Dio che non è una monade solitaria ma comunione trinitaria di persone. Unità nella diversità! Doveva averlo compreso già bene Mosé che, chiamato sul monte, si rese conto di essere parte di un popolo. Sapeva di aver trovato grazia ai tuoi occhi e cosa fa? Chiede che Dio cammini non con lui, ma in mezzo al suo popolo. Un popolo di “dura cervice” ma del quale egli si rende responsabile, intercessore, e fautore di comunione nella misericordia, ricevuta e donata. È salito sul monte con la fatica di portare le tavole di pietra, le tavole della legge che stabilivano quel recinto in cui vivere la libertà…eppure, nonostante i “paletti” della torah, tu, o Dio, ti sei rivelato come il pietoso, il misericordioso, il lento all’ira e ricco di fedeltà. (Cfr. Es 34,4-6.8-9). Tutti aggettivi che declinano l’essenza stessa di Dio: l’amore. Un amore che si fa conoscere persino per nome, sebbene Dio non possa esser “posseduto” ma occorra lasciarsene possedere. Un amore fedele, nonostante le nostre piccole o grandi infedeltà, perché non può rinnegare se stesso pur quando noi lo rinneghiamo, svendiamo e tradiamo. Un amore che prova pietà, non commiserazione, nel muoversi e commuoversi sia verso le nostre deficienze che per le ferite inferteci dagli eventi della storia. Un amore che non solo usa misericordia ma si fa misericordia per noi; come un grembo materno che geme e soffre per le pene del frutto delle sue viscere a tal punto – se mai fosse possibile – da voler morire al posto di quell’amato… Ecco questo è l’amore che Dio è! Questo amore, irriducibile e irrinunciabile, che – nella pienezza dei tempi – s’é rivelato nell’aver tanto amato il mondo da “dare”, da sacrificare, il Figlio unigenito perché chi crede “non vada perduto ma abbia la vita eterna”. Come deve essersi sentito Nicodemo nell’ascoltare questa parola, lui venuto a cercare in te, Signore Gesù, la luce per illuminare la propria notte, quella del timore, della vergogna, del non esporsi, del dubbio, della dottrina certa ma spesso fredda, dell’incertezza per la vita? Cercava verità, spiegazioni, contenuti ed ha trovato l’esperienza concreta, tangibile, dell’amore che si mette in gioco, anzi si comunica, si partecipa senza giudicare, senza condannare, perché vuole “unire” a sé. Come non dovremmo sentirci noi oggi che, troppo spesso, ci perdiamo in geometrie algebriche o dogmatiche per capire la Trinità mentre dovremmo lasciarci lambire il cuore dall’esperienza dell’amore che si dona per unirci, ad ogni costo, a Sé? Grazie, o Maestro, perché se la nostra mente non riesce ad afferrare la trascendenza divina, tu offri al cuore di accoglierla e sperimentarla con la concretezza dell’amore. Donaci, Signore Gesù, la grazia dello Spirito perché ci immerga in questa salutare realtà dell’amore, cosicché – confortati nell’abbraccio del Padre – possiamo divenirne a nostra volta portatori, tendendo “alla perfezione, facendoci coraggio a vicenda, con sentimenti di unità pur nella diversità d’ognuno, perché la pace viva in noi” che viviamo in Dio (cfr. 2Cor 13,11-13).

Amen