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Preghiera e Meditazioni

13° giorno di “digiuno”

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato»
Parola di Dio

Ecco, Signore, la radice di tutti i mali: la presunzione. Una presunzione ancor più pericolosa quando essa è “intima”; ovvero ci ha pregnato fin nelle midolla a tal punto che ci ergiamo in cattedra, sopravvalutando noi stessi e disprezzando gli altri. Presumiamo su tutto e tutti. Presumiamo che la vita ci appartenga, il tempo ci spetti, la salute ci sia dovuta, la sofferenza non ci riguardi e la morte non ci tocchi… Presumiamo che ci meritiamo questo ed altro; che possiamo stare una spanne avanti agli altri e, in fondo, pure a te. Si perché troppo, nelle nostre preghiere, è presente il nostro io e non tu, o Dio! Ci poniamo innanzi a te – quando presumiamo di farlo, magari in bella mostra -, ma in realtà potremmo essere davanti lo specchio dei nostri soliloqui. Ci presumiamo giusti perché guardiamo fuori di noi. Mentre il cammino della conversione, oggi più che mai, esige fermarci, un passo indietro le posizioni acquisite, e guardarci dentro. Non indietro, non intorno: dentro. Allora, forse, ci accorgeremmo – con le dure parole odierne del profeta – che il amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce (cfr. Os 6,4). Perdonaci, Signore, perché abbiamo presunto di amarti e, invece, abbiamo amato noi stessi, oltretutto con ciò che amore neppure è. “Abbi pietà di noi, peccatori”. Senza scusanti o giustificazioni, abbiamo reso inconsistente l’esistenza e l’amore che l’impreziosisce, l’abbellisce, l’eleva dandole il gusto del Cielo. E se non è possibile entrare nelle tue chiese, ora, facci entrare nel santuario del nostro cuore, nel sacrario della coscienza, ove poter riscoprire la voce della tua presenza e non l’eco della nostra assenza. Allora con l’umiltà che nulla presume ma tutto riceve, facendoci simili alla terra da cui siam tratti, potremo esser giustificati da te, Signore misericordioso. Allora, tornati a te, potremo sentire che sebbene “ci hai straziato, ci guarirai. Dopo averci percosso, ci fascerai” (cfr. Os 6,1). E nella tua parola, proferitaci da Osea – “dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare, e noi vivremo alla sua presenza” (Os 6,2) – potremo gustare la salvezza compiutasi con la tua Pasqua di morte e resurrezione. Donaci questa contrizione del cuore, Signore, cosicché possiamo affrettare il passo verso Casa, con la certezza che tutto volgerà al bene dei figli di Dio. E più nulla sarà presunto, ma tutto accolto. Tutto ricevuto e tutto donato, nella consistenza di un amore che riscopre l’altro come fratello e non più come un nemico cui competere.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen