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Preghiera e Meditazioni

Commemorazione dei Fedeli defunti

“Expectantes beatam spem”!

Aspettiamo, Signore, aspettiamo… Aspettiamo che la vita sia come avremmo voluto e, nonostante tanti sforzi, ci accorgiamo spesso che poco più che nulla va secondo le nostre aspettative. E restiamo affamati di vita… Aspettiamo che si realizzino i nostri sogni, i progetti, le aspettative e, benché tante energie possiamo investire per essi, troppo spesso vediamo trascorrere il tempo senza che poco più che nulla accada. E restiamo affamati di speranza… Aspettiamo che i semi d’amore, gettati a mani più o meno piene, nel terreno dei cuori altrui, producano frutti abbondanti, eppure spesso ne abbiamo scarsi raccolti. Vorremmo essere amati e amare veramente, ma restiamo affamati d’amore… Quante attese costellano la nostra esistenza ma, troppo spesso ancor oggi, ci rendiamo conto di non “aspettare” più ciò che ineluttabilmente dà senso alla vita stessa: la morte! Opulenta civiltà del benessere, l’abbiamo occultata, nascosta sotto lo zerbino della nostra autosufficienza che ci fa presumere di bastare a noi stessi. Eppure, ora più che mai, torniamo a fare i conti con lei, sorella morte – per i santi -, compagna silenziosa del nostro cammino quotidiano. Assai più grave però, Signore Gesù, è lo smarrimento di noi che ci diciamo “credenti”. Se il mondo aspetta tante cose, lodevoli o esecrabili che siano, noi abbiamo dimenticato l’attesa delle attese; l’attesa che dona senso alla storia nostra, come dell’umanità tutta; l’attesa che si ratificherà col dischiudersi dell’uscio – che chiamiamo morte – per introdurci alla dimora eterna, dove tu sei “andato a prepararci un posto”. L’attesa non della morte ma della vita oltre di essa. L’attesa che “si compia la speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”! Quell’attesa per cui Paolo poteva dire: “per me vivere è Cristo e morire un guadagno”. Ma come poterlo dire ancora se il nostro vivere non sei più tu, Vita eterna, ma tanti surrogati di essa? Quell’attesa per la quale i santi hanno “reputato tutto come spazzatura pur di conseguire te”; quell’attesa per cui i martiri hanno versato il proprio sangue, pur di non rinunciare alla fede in te; quell’attesa per la quale i confessori della fede hanno scandagliato le profondità del mistero, ricusando il vanto della propria ragione; quell’attesa per cui le vergini han fatto del loro grembo una culla in cui generare l’umanità nuova, invece che procreare figli alla terra…quell’attesa silenziosa ed eloquente di tanti fratelli e sorelle – non annoverati alla gloria degli altari – che hanno vissuto, in vita e in morte, il loro fiducioso abbandono a te! Perdonaci perché troppo spesso abbiamo dimenticato di essere “nel mondo senza essere del mondo”; perché viviamo come coloro “che non hanno speranza”, questa speranza eterna e non transitoria: il tuo venirci a prendere per portarci a Casa! Non aspettiamo perché non at-tendiamo te, o Signore; non camminiamo protesi a te, tendendo a te in ogni cosa che siamo prima ancora che in quelle che facciamo… Se tanta forza profetica mise Giobbe nelle sue parole – molto prima della tua resurrezione -, cosa non dovremmo poter dire noi? “Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Anzi, noi possiamo dire che pure con questo “nostro corpo” vedremo il tuo volto, quando si compirà “la beata speranza e tu verrai nella gloria”. Donaci di radicarci sempre più in questa fede, o Signore, perché, sostenuti dalla speranza, possiamo vivere di quell’amore che fa palpitare il cuore nell’attesa dell’Amato che viene pur nel mezzo della “notte”! Dacci la nostalgia innamorata di te, Gesù, perché tu sei Paradiso.

Amen