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Veglia del Giovedì Santo

Pregando la Parola

..siamo noi, oggi, a vegliare con te, o Maestro!

Non più Pietro, Giacomo e Giovanni, rozzi pescatori di ieri. Noi siamo capaci di vegliare; siamo qui accanto a te, ebbri di duemila anni di storia che ci hanno fatto aprire gli occhi; fossimo stati noi in quel giardino, ci saremmo battuti, col sonno più ancora che contro i tuoi avversari…o forse no!

A ben vedere, o Maestro, cambiano le situazioni, gira il tempo, evolve o involve la storia ma la finale è la medesima: i nostri occhi si fanno pesanti. Ci è difficile vegliare e pregare. Infatti, lo confessiamo, per noi è debole pure lo spirito, non solo la carne. E i nostri occhi si fanno pesanti perché è difficile custodire la pazienza quale misura del tempo, noi così avvezzi allo scorrere fugace del transitorio che tutto logora.

E i nostri occhi si fanno pesanti perché la stanchezza delle situazioni avverse ci fa calare le braccia, piuttosto che abbracciare la croce.

E i nostri occhi si fanno pesanti perché abbiamo paura di guardarci dentro, prima ancora che guardare avanti per l’incertezza della nostra precaria condizione.

E i nostri occhi si fanno pesanti perché non ci garba un Dio inerme che si lascia soggiogare dalla violenza del male, allorché dovrebbe – a nostro avviso – impedirlo con l’onnipotenza divina; stolti e tardi di cuore a credere che solo bevendone, fino in fondo, l’amaro calice avresti potuto abbeverarci con l’antidoto del tuo bene, della grazia.

E i nostri occhi si fanno pesanti perché, ragionare secondo Dio, è complicato in questo mondo che sragiona secondo gli uomini.

E i nostri occhi si fanno pesanti perché troppe cose ci gravano il cuore cosicché l’anima possa vivere grata.

Ed i nostri occhi si fanno pesanti, anzi si chiudono…ma forse poco importa ormai. Importante è che i tuoi occhi siano desti, lesti nell’esser fissati su noi.

Guardaci, o Maestro, pervadici di te; fruga nelle maglie più recondite dell’anima nostra e – come Pietro pentito – fecondala con salutari lacrime di pentimento.

Guardaci, o Signore, e sii tu a vegliare per noi. Tutto, seppur sopito dalla tiepidezza del nostro torpore, sarà destato dall’ardore dalla passione del tuo Amore per noi!

Amen

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Domenica di Passione – anno B

Pregando la Parola

Eccoci, Signore Gesù, sulla soglia della Settimana Santa, pronti ad entrarvi con tutto il vissuto di questo tempo di fatica, dolore e travaglio. Siamo sul ciglio di questo tempo incerto come tu eri sul crinale del monte degli ulivi ma, forse, non abbiamo ancora compreso, come te, che la storia si può redimere solo abbracciandola fino in fondo, essendo pronti a berne ogni singola goccia, pur amara che sia, piuttosto che disprezzare la strada stretta della croce… Ancora troppo vogliamo – non certo con dichiarate intenzioni – toglierti di mezzo perché ti percepiamo come un “ostacolo” al poter vivere la vita come fosse solo una piacevole festa (Cfr. Mc 14,2). Aiutaci a sentire il grande amore del Padre che non ti ha risparmiato, ma ti ha donato perché chiunque crede in te abbia la vita eterna” (cfr. Gv 3,16). Allora sapremo fare davvero, della vita, una festa per l’Amore accolto e donato… Quell’amore gratuito che, solo, ha il gusto di Dio e che ben comprese la donna in casa di Simone il lebbroso (cfr. Mc14,3). Quanta premura nello scegliere non un vaso qualunque ma bello, come poteva esser quello in alabastro; quanto dispendio per acquistare quel preziosissimo e purissimo nardo; quale generosità nel dare senza nulla trattenere, “rompendo” inesorabilmente il vaso perché tutto fosse versato. L’amore è veramente uno “spreco”…almeno allo sguardo di coloro che amare non sanno (cfr. Mc 14,4). E perdona anche noi per tutte le volte che strumentalizziamo i poveri, evocandoli a copertura delle nostre incapacità di donare veramente. Quante elemosine fatte solo per sentirci buoni, Signore! Serviamo i poveri o ci serviamo dei poveri? Chissà che non sia per questo che oggi, pur investendo tante energie a servizio dei poveri, si sia perso il buon profumo del Vangelo che tanto lodasti in quella donna e profetizzasti avrebbe accompagnato la Sua proclamazione per il mondo? (cfr. Mc 14,9). Eppure, iniziando la grande Settimana, o Maestro, non possiamo esimerci dal porci innanzi a te, “modello che il Padre ci ha dato perché ne seguiamo le orme” e chiederci: “Perché sono cristiano?” Beati noi se sapremo rispondere: perché abbiamo veduto, in te, l’amore incondizionato del Padre! …e, vedendolo, abbiamo creduto che valga la pena seguire le tue orme, il tuo esempio, per sentir crescere in noi la serena fiducia che abbandonandoci alla volontà del Padre – pur quando sia dura o incomprensibile – possiamo sentire l’abbraccio di Dio che ci strappa da qualsivoglia situazione di morte.
Allora la nostra vita “spezzata”, versata, donata, sarà profumo d’amore che vince ogni fetore di male, di peccato e di morte!

Amen

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“Sulle orme della Passione”

“Sulle orme della Passione” in collegamento diretto da Gerusalemme con don Filippo Morlacchi

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V domenica di Quaresima – anno B

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
Parola del Signore.

“Vogliamo vedere Gesù!” – è la domanda che da ogni parte si leva ancora, dopo duemila anni, nei confronti dei tuoi discepoli… Il mondo ci domanda di “farti vedere”! Ce lo domandano coloro che osservano il nostro “culto”, chiedendoci quanto significhi per la nostra vita. Ce lo domandano coloro che, atterriti dalla storia, non riescono più a salire per quel culto autentico che sa rendere, sempre e comunque, la vita una festa. Ce lo domandano coloro che, scettici, non credono più al tuo messaggio o, feriti dal male, hanno rinunciato a volerti vedere oltre ogni plausibile visibilità. Ce lo chiedono, talora con tono di sfida, quanti – anche in questa pandemia – fanno del silenzio di Dio davanti al dolore innocente la ragione dell’inesistenza stessa di Dio o, almeno, della sua inutilità. Ce lo domandano anche coloro che non ci chiedono più nulla, avendo abrogato a chiedersi la ragione ultima d’ogni cosa. E, dobbiamo ammetterlo, lo chiediamo pure a noi stessi, sballottati come siamo dall’imperversare del vento contrario sulle rotte che, invece, dovrebbero essere solcate con la brezza dello Spirito in poppa… Vogliamo vedere Gesù! E cosa possiamo fare, Signore; cosa potremmo rispondere o, ancor meglio, offrire? Il nostro uomo vecchio, quello ancora non redento, quello ancora non rispondente alla legge “scritta nel nostro cuore” con l’alleanza nuova (cfr. Ger 31,31-34), vorrebbe esporti, ostentarti, con i toni trionfalistici della vittoria, della supremazia che s’impone su tutto e tutti. Ma questo è l’uomo vecchio, Signore! L’uomo nuovo che tu hai generato in noi, quello così conforme a te che ti lascia vedere anche oltre il velo della nostra umanità di discepoli, è quello che sa perdere la propria vita per amore (Gv. 12,25). Quello che accetta di morire per portare frutto come il chicco di grano (Gv. 12,24), a tua immagine e somiglianza. Come possiamo “farti vedere”, Gesù? Accettando di vincere, sapendo perdere piuttosto che perdere tutto volendo vincere ad ogni costo. Accettando la dinamica del nascondimento, del silenzio, del macerare nella fredda terra del rinunciare a noi stessi, ai nostri progetti, alle nostre aspettative, per lasciare che si compiano i disegni del Padre. Quei disegni che possono persino turbarci, che vorrebbero farci scappare, dai quali perfino vorremmo essere salvati. Accettandoli con la certezza che, solo così, anche in noi brillerà la sua gloria, sapremo mostrarti. Farti vedere con una vita da “servi”, posta a servizio di ciascuno, seguendo te che “non sei venuto per essere servito ma per servire” (Mc 10,45). Allora potremo dire d’averti condotto quanti, consapevoli o meno, ti stanno “cercando”; testimoni credibili che rivelano il tuo volto, come il tuo rivela quello del Padre. È vero, o Maestro, che resta pur sempre la libertà di ciascuno nel saperti riconoscere attraverso di noi, del saper interpretare la Parola – che la voce veicola – senza fraintendimenti o ambiguità (cfr. Gv 12,29). È vero! Ma resta altrettanto vero che l’amore si lascia inchiodare, “innalzare da terra”, pur di restare fedele a se stesso, attirando tutti a sé col proporsi senza mai imporsi. E se ci risulterà difficile, Signore Gesù come lo è stato per te, ricordaci che solo nell’obbedienza fiduciosa, che si abbandona al Padre – pur tra forti grida e lacrime -, possiamo conseguire la salvezza eterna proprio attraverso quanto patiamo; una salvezza che, così facendo, non è solo per noi. (Cfr. Eb 5,7-9). Donaci, allora, questo Amore che non si risparmia, che non salva se stesso ma coloro che ama.

Amen

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IV domenica di Quaresima – anno B – Laetare

Pregando la Parola

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
Parola del Signore.

È dura la notte, Signore, se non amiamo le tenebre, se non rifiutiamo la luce… È dura la notte che cala quando, dopo aver sperperato il tempo donatoci e beffeggiato i tuoi profeti – come portatori d’una parola che ritenevamo superflua alle nostre esistenze -, ci ritroviamo prigionieri di situazioni avverse che interpellano quanto abbiamo vissuto fino ad allora. È dura la notte della desolazione, in cui non resta pietra su pietra di quello in cui avevamo riposto la nostra fiducia, le nostre certezze ritenute incrollabili come lo era, al tempo antico, il tempio di Gerusalemme. La notte della deportazione, in lande desolate, dove non c’è più aspettativa che non sia frustrata dall’avanzare d’eserciti stranieri. È dura la notte del soggiornare dove non vorremmo e custodire la speranza che nulla è vano, neppure l’esilio, se tu sei con noi. Infatti unico esilio devastante è quello lontano dalla tua presenza. Ma, proprio in questa notte, tu sai aprire strade inattese per il ritorno a quella patria che è la comunione con te e fra noi. (Cfr. 2 Cr 36,14-16.19-23). È dura la notte del peccato in cui facciamo l’esperienza d’essere morti, rinnegando l’amore che è la sostanza del nostro esser creati a tua immagine e somiglianza. Eppure il tuo amore non occulta la morte, bensì l’assume per resuscitarci assieme a te, Cristo Gesù (Cfr. Ef 2,4-10). Dura dev’esser stata la notte di Nicodemo, tanto da spingerlo a cercarti…a parlare con te, lui membro autorevole del Sinedrio. Cosa lo avrà mai mosso? Forse la consapevolezza che quando tutto ci frana sotto i piedi, quando svanisce ogni aspettativa, quando nulla possiamo più fare con le nostre sole forze, quando si avvicina l’ultima notte, quella che c’apre al giorno che non tramonta, non è possibile continuare a non cercare le risposte nell’incontro con te. Dentro la sua notte, non elusa, non occultata, non giustificata, non trascurata con la superficialità di chi semplicemente “attende che passi”, ha fatto l’esperienza della luce che, per rifulgere, ha bisogno dell’oscurità. Certo, come gli Israeliti nel deserto dovettero guardare plasticamente il retaggio del loro peccato – rappresentato dal serpente di rame innalzato sul legno -, lui e noi pure dobbiamo guardare dentro la conseguenza del nostro peccato nella notte dell’anima, nella morte dello spirito. Non ricusare la notte, che abbiamo troppo spesso generato, ma, in essa, saper vedere la misericordia del Padre che non ti ha risparmiato dall’assumere tale notte per generarvi la luce del tuo amor che salva. Donaci, Signore, di non fuggire dalle nostre notti ma di lasciarci condurre in esse per scoprirvi la tua presenza amorevole, liberatrice da ogni condanna – impietosamente, pure quella da noi stessi decretata -, illuminante, redentrice… Donaci di vivere nella notte ma di anelare la luce, affinché appaia chiaramente la verità di quel che siamo, come pure che le nostre opere sono fatte in Dio (cfr. Gv 3,21).

Amen