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Preghiera e Meditazioni

6° giorno di “digiuno”

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”
Parola del Signore

Che cosa ci mancherà mai nella casa del Padre, Signore, tanto da pretendere cose che non ci spettano, se non per l’essere semplicemente “figli” e figli amati? Cosa ci rende impossibile restarvi, rendendoci alieni a noi stessi prima ancora che a Dio? Perché rivendichiamo diritti negandoci doveri, derivanti dall’essere parte di questa casa che – oggi più che mai – riconosciamo essere patrimonio di tutti e non sol nostro? Perché abbiamo scordato che la nostra identità viene dall’alterità, dalla relazione col Padre? Abitiamo la casa comune ma crediamo che ciò che siamo debba trovarsi al di fuori di essa…Ci spingiamo a voler vivere – magari senza mai dichiararlo – come se tutto fosse nostro, dovuto, e come se Dio fosse morto! Quante volte viviamo senza gratitudine, ritenendo che ogni cosa ci “spetti”? Quante volte sperperiamo i doni del Padre, lontani dalla relazione con lui? Quante volte pensiamo e agiamo in quella presunta “libertà” secondo la quale si voglia e possa fare ciò che si vuole, piuttosto che realizzare quanto è giusto debba esser fatto? E, così facendo, non solo sciupiamo i doni del Padre ma umiliamo pure la dignità di noi stessi, rendendo la vita nostra un vero e proprio porcile. Eppure se abbiamo il coraggio di rientrare in noi stessi – anche solo per la necessità della “fame”, per i crampi che stringono il corpo e non ancora attanagliano l’anima, per cui ben lontani dalla virtù – e abbiamo l’umiltà di prendere coscienza di come ci siamo ridotti senza di Lui; se sappiamo gridare al Cielo, prima ancora che confessare ai suoi orecchi, la nostra colpa e indegnità; se vinciamo l’orgoglio di ammettere che abbiamo sbagliato, credendo di bastare a noi stessi, e ci mettiamo in cammino verso Casa…allora scopriremo che Lui ci sta aspettando, ci correrà incontro – alle prime avvisaglie del nostro voler tornare – non per condannarci o giudicarci o retarguirci per tutto quanto abbiamo commesso ma solo per abbracciarci per quello che siamo: figli suoi, figli amati! Donaci, Signore Gesù, questa certezza sapendo che tu stesso, indossando i nostri panni – pur senza aver commesso peccato -, ci hai aperto la strada verso il cuore del Padre. Con te possiamo tornare a tuffarci sul suo petto, perderci nel suo abbraccio e scoprire che, solo con Lui, “andrà tutto bene”…non lontano da Lui, non altrove che nella sua Casa! Donaci questa grazia, Signore! E dopo aver percorso la strada del peccato e quella della conversione, dacci pure di calcare quella della benevolenza, sapendo guardare con occhi nuovi i nostri “fratelli” maggiori o minori che siano. Donaci di trasformare pure il male di questo tempo di prova, nella benedizione che sa ricreare rapporti diversi e nuovi tra noi. Sarà festa grande, nel tempo ora e nell’eternità poi!

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

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Via Crucis di venerdì 13/3

Qui sotto potete scaricare il pdf con la Via Crucis, in modo che, anche se “lontani”, possiamo essere vicini nella preghiera recitandola ognuno nella propria casa.

Scarica l’opuscolo della Via Crucis in PDF

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5° giorno di “digiuno”

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi” Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Parola del Signore

Con quanta provvidenza, Signore, hai creato il mondo; con quale amore ha realizzato il tuo Regno. Con quanta attenzione hai piantato la vigna, l’hai circondata di premura, realizzandovi pure “una torre” a difesa e dimora dei tuoi servi. Poi l’hai affidata a noi perché ne fossimo “affittuari” e, invece, abbiamo creduto di esserne padroni. Padroni del mondo, padroni della vita, padroni dei doni che l’impreziosiscono, padroni delle relazioni, padroni degli affetti, padroni persino della tua comunità, della Chiesa, padroni della salvezza…padroni e non affittuari! Perdonaci, Signore, perché abbiamo dimenticato di essere custodi e promotori di tutto ciò che ci affidi e che resta “tuo”, sempre. E forse oggi, come nella parabola, ci fai comprendere che la via della “privazione” è strada di “esortazione” a riconsiderarci affidatari. A sentire che, ogni alba del nuovo giorno, siamo chiamati a ricevere ciascuna cosa dalla tue mani e, ogni sera, desiderare riconsegnarti tutto con frutto. A riscoprire che tutto è dono e, in ciascun dono, sei tu stesso a donarti… A riscoprire il valore della fedeltà come impegno e responsabilità, non certo come fatto assodato, ipotecato a nostro favore. “Vi sarà tolto il regno e sarà dato ad altri che lo faranno fruttificare”! Signore, convertici a te, rinnovaci. Non dare ad altri ma facci essere “altro” da ciò che fino ad ora possiamo, incautamente o sprovvedutamente, essere stati. Ricreaci col tuo Spirito perché dall’aridità di questo deserto possiamo veder germogliare il giardino del mattino di Pasqua!

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

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4° giorno di “digiuno”

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”»
Parola del Signore

Quanto insensati siamo, Signore Dio nostro! Costantemente ci esorti – coi tuoi grandi insegnamenti – a non concentrarci sui nostri beni, sull’abbondanza che può deliziare i nostri giorni, a tal punto dal non accorgerci della miseria di chi ci vive accanto, bussando alla porta del nostro cuore più che a quella di casa. Abbiamo la legge di Mosè, i messaggi dei Profeti e, ancor più, la tua Parola fattasi carne in Gesù, eppure non ascoltiamo; non vediamo; non comprendiamo, quando ne abbiamo tutte le opportunità. E poi basta qualcosa di “infinitamente piccolo”, impercettibile ad occhio nudo, per riportarci alla verità di ciò che siamo: povere e fragili creature, anche quando nascondiamo le nudità dietro alla “porpora ed il lino” dei nostri abiti o riempiamo il vuoto di senso coi nostri “lauti banchetti”. Perdonaci, Signore… Facci sentire che il nostro nome è noto al tuo cuore provvidente quando sentiamo che il presente è costruzione del nostro futuro eterno, comportandoci di conseguenza. Che siamo riconosciuti da te, allorquando sappiamo riconoscere la nostra fragile condizione e chiederti il cibo che sfama la bramosia d’amore. Quando conosciuti sappiamo riconoscere, ricordando che i beni ricevuti da te sono per esser condivisi con quanti “sono meno fortunati in questo mondo”. Facci prendere seriamente il vangelo, prima che sia troppo tardi e il tempo sia perduto invano. Rendici responsabili della vita di chi ci sta accanto, sia per la sua sussistenza presente che per il suo destino eterno: uniti in terra lo saremo in Cielo!

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen

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Preghiera e Meditazioni

3° giorno di “digiuno”

Con speranza, verso la Luce Pasquale

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Parola del Signore

Siamo proprio piccoli e meschini, Signore! Talora ci conforta vedere che siamo in “buona compagnia”, constatando come si comportavano pure i discepoli che ti ero scelto tu stesso… Magra ed inutile consolazione! Quanto spesso siamo così autoreferenziali da trascurare le cose importanti che tu ci dici, pensando solo a noi stessi e ai nostri piccoli progetti da gente piccola piccola. Come gli apostoli – mentre parlavi della salvezza da compiere col dono di te a Gerusalemme -, noi pure siamo intenti a realizzare i nostri scopi, invece che comprendere i tuoi per noi; siamo impegnati a concretizzare i nostri interessi, piuttosto che accogliere quelli che ci offri; siamo affannati nel vivere competitivamente, cercando di primeggiare, mentre dovremmo sentirci solidi e solidali gli uni con gli altri. Perdonaci, Signore… E chissà che il momento presente non ci faccia riscoprire che la nostra “grandezza” non sta nel metterci avanti agli altri, magari con raccomandazioni materne e non, ma nel porci al di sotto degli altri per sostenerli, supportarli, servirli nelle loro necessità. Donaci di saper alzare non il trofeo delle nostre vittorie di Pirro, ma d’assaporare insieme il calice dell’amore che tutto vince col sacrificio di sé. Aiutaci anche a non ricercare neppure seggi di gloria accanto a te, se non quelli che passano dal saperci annoverare al tuo fianco sul trono della croce. Insegnaci a non far scontare ad altri le nostre colpe, o la nostra avventatezza imprudente, ma a saper dare la vita in riscatto per gli altri, così come hai fatto tu.

Donaci il tuo amore, Signore: in te speriamo!
Amen