Categorie
Preghiera e Meditazioni

Venerdì di Passione

Pregando la Parola

Sicuramente dentro ciascuno di noi, più o meno sopito, più o meno occultato, inconfessato o gridato dagli anfratti più remoti del nostro cuore, il bisogno di capire, di comprendere, di trovare una risposta ai tanti “perché” che inchiodano a terra la nostra vita…
Siamo venuti fin qui, sull’altura del Golgota, ciascuno con la propria afflizione e dolore, col desiderio profondo di capire, di conoscere, di svelare il senso profondo della nostra vita così contraddittoria in se stessa: siamo fatti per il Cielo, ma impastati di terra; siamo bisognosi di luce ma ci dobbiamo misurare con le tenebre, quelle interiori più ancora che quelle all’intorno; siamo chiamati al bene, ma in continuo combattimento col male; siamo creati per la santità, ma troppo spesso – volenti o nolenti – siamo inclini al peccato…
E pure nell’essere qui, siamo segno di contraddizione: piccolo resto d’Israele che cerca di seguire il Maestro, in un mondo che – oggi come allora – continua le sue “faccende” distratto.
Siamo qui forse frastornati o delusi, come i due discepoli di Emmaus, che non compresero la necessità delle cose che dovevano compiersi, ieri, come quelle che devono accadere oggi. Siamo qui con in bocca il retrogusto amaro che l’antico avversario continua a propinarci, instillarci, in piccole dosi; l’idea che tutto, in fondo, è vano. Che tutto è solo mera poesia, perché lo sheol della morte continua a divorare i “figli di Adamo”. Che si soffriva prima di quell’ora terza – in un mattino lontano di primavera – e ancora si soffre dopo quell’ora nona, mentre l’imbrunire del giorno parrebbe sottrarre speranza. Che nulla sia cambiato nel cuore dell’uomo, capace di creare sublime bellezza e, al contempo, saperla distruggere con altrettanta, se non maggiore, efferatezza. Che la bontà, la mitezza, l’umiltà, la mansuetudine, che sono le declinazioni dell’unico Amore, siano la debolezza degli ingenui o la panacea ai mali degli inermi.
Sembra davvero tutto così, specie per coloro che mai hanno avuto la grazia d’incontrare il Signore.
Eppure…eppure!
Su questo crinale della storia, ancor più che dell’altura del Cranio, non troviamo una risposta ai nostri perché, eppure ci sono offerti infiniti “come”. Come cercare le risposte: facendo silenzio.
Come lasciare che i chiodi delle umane vicende non ci schiaccino a terra ma possano innalzarci al cielo se, da patiboli infami, sappiamo farne croci gloriose col saperle abbracciare.
Come possiamo, al pari di tutti, non solo soffrire ma pure offrire quanto sofferto, facendone cosa “sacra”.
In quest’ora della storia di ieri, paradigma di quella d’ogni tempo, continuiamo a far fatica a comprendere, eppure possiamo imparare a credere; continuiamo a subire i morsi del male, eppure abbiamo l’opportunità di bere l’antidoto che placa ogni sete; restiamo, per natura, dei votati alla morte, eppure, per grazia, siamo destinati alla vita che mai tramonta; portiamo il peso della colpa antica, eppure siamo liberati da ogni forma di schiavitù; sembriamo restare nel mare in tempesta, eppure non siamo più soli a doverlo affrontare… Miriadi di “eppure” che danno senso al come vivere, al dove cercare, al perché amare! Ai piedi di questa tua croce, Signore, non sembra esser poi molto cambiato, eppure tutto è trasformato.
Il silenzio in parola di verità; la fatica in opportunità; la mitezza in forza e l’umiltà in regalità; la sofferenza in offerta; la solitudine in prossimità; la verginità – quella feconda di tua Madre come quella, a volte complessa, della Chiesa – in maternità che abbraccia e accoglie; il male in bene; la tristezza in gioia; la morte in vita!
Per questo, Cristo Gesù, siamo qui, ciascuno col proprio fardello, per volgere lo sguardo alla tua croce, non per esimerci dalla nostra ma per farne il prolungamento della tua.
Non saremo, certo, risparmiati dal male, dal dolore, e neanche dalla morte o dal sepolcro, eppure avremo in noi l’abbondanza del tuo Spirito che ci ha già sottratti al morire in eterno.

Amen